LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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30.11.04
La domenica delle paginate Che da un po' di tempo a questa parte i principali quotidiani italiani comincino a offire come valore aggiunto ai propri lettori (il cui numero comunque non si schioda dall'essere sotto la media di altri paesi europei) dei prodotti fatti di carta, parole scritte, spesso cultura, talvolta perfino alta letteratura è sicuramente una buona cosa. Cioè: in ogni caso migliore dei tempi in cui rinpinguavano i giornali di gadget e raccoltine ben più superflue e inverosimili (insuperabile fu la parodia di "Cuore", quando lancio l'operazione "gadget umani" nelle edicole). Da queste parti, c'è ancora fiducia e interesse (quasi fisico, direi) per la carta stampata come medium. Sul divano o sul cesso, sfiderei chiunque ad andarci con ebook o lettori ottici. Nel magico mondo stampa italiana, dopo aver dispensato milioni di libri - da Tolstoj alla Tamaro passando per fumetti ed enciclopedie - adesso si sperimentano le nuove frontiere della tipografia: dalla superfoliazione alla grafica all colors. Adesso hanno debuttato i nuovi supplementi del finesettimana di Corriere e Repubblica, sul modello della grande stampa anglosassone. Tutto molto bello, anche se vabbe' il Guardian continua a darci una pista. Il blog Leibniz ha commentato: Domenica di Repubblica (leggibile qui) "troppo prolisso e molto serio", Corriere Weekend "invece ha provato a fare il simpatico". D'accordo. Da segnalare che Repubblica si diverte anche a piazzare, al centro dell'inserto, una paginata sui modelli di librerie da mettersi in casa, ammettendo senza mezzi termini: "ora che Repubblica ha portato nelle case degli italiani 80 milioni di volumi in tre anni, si è aperto un nuovo mercato". Quando si dice le sinergie. Il dettaglio da notare però è un altro. Superati in velocità nel dare le notizie da internet e tv, i giornali sono diventati da tempo un'altra cosa: un mezzo di approfondimento e critica, una cattedrale in cui comprendere il mondo ogni giorno, ma pure un surplus di velleità letterarie e concentrati retorici. Scrisse una volta Luca Sofri: "Prendete Repubblica e il Corriere della Sera e non riuscirete a capire un accidente di cosa sia successo (per quello ci sono gli schemini) ma in cambio vi sembrerà di leggere la Divina Commedia". Ecco, in un certo senso è un ritorno alle origini. Volendo buttarla in poesia, non si sa neppure se è stata la vecchia cara domenica ad essersi ferializzata e imbruttita o i restanti giorni "normali" ad essersi domenicanizzati un po', nella cattiva illusione che il tempo sia diventato una cosa precaria e spezzettata, smontabile e rimontabile a piacimento tra media e aggeggi, salvo accorgersi che le nostri giornate restano di 24 ore e ci pagano sempre meno. Di fatto, tutto quello che è pubblicato in questi supplementi, avrebbe potuto tranquillamente stare in altre parti e altre edizioni del giornale. E noi degnarlo di un'occhiata distratta. Non ci manca più la quantità (tutt'altro), quello che difetta sono le novità. Forse va bene così. Forse il vero problema è ancora un altro. Che nel nostro Paese siamo rimasti indietro. E dunque sarà giorno degno di festa non quello da piccolo-mondo-antico col vestito della festa, le pastarelle e il domenicale sotto braccio, ma quello in cui gli italiani riusciranno - in un modo o nell'altro - a sapere le notizie, ad essere informati sul serio.
29.11.04
"Nella splendida cornice" Le disavventure della redazione di Repubblica, "deportata" da due settimane nella nuova sede di Largo Fochetti, zona Garbatella, raccontate da Christian Rocca sul Foglio. 28.11.04
Il Rigoverno Luca Sofri, sul suo blog: «C’è gente in giro, oggi, che propone persino di chiamare la già Alleanza, già GAD, già Ulivo, già manica di sciagurati, insomma di chiamarla "il Buongoverno", con tutto un giro di dotte argomentazioni. Mia moglie ha proposto che sia allora "al" Buongoverno, e che si servano dei rigatoni al ragù sulle tovaglia a quadri. Quanto a lavare i piatti, il personale non manca». 25.11.04
Potenza del mezzo Il giorno in cui (facciamo le corna) arriverà un terremoto di quelli catastrofici sappiamo già chi saranno le prime vittime. I bloggers appesi ai loro computer ad avvisare il mondo che c'è un terremoto, e com'è strano sentirsi la terra tremare sotto i piedi, invece di precipitarsi giù per le scale. 24.11.04
Un omicidio Non mi piace svegliarmi una mattina e accorgermi che il mondo attorno a me è cambiato. Può succedere, certo. Ma trovo che ci sia dietro qualcosa di profondamente sbagliato (e pericoloso), se succede. Può voler dire che fino a un attimo prima dormivamo, eravamo indisturbati in un paesaggio che è fuori dalla realtà. Oppure può voler dire che siamo noi stessi a volere che di colpo il mondo assomigli ai nostri disegni, alle nostre paure, usciamo fuori di casa e indossiamo gli occhiali di qualche ideologia. E' anche per questo che mi inquieta l'omicidio "rituale" del regista Theo Van Gogh, in una via del centro di Amsterdam, e subito dopo i "disordini a sfondo religioso" nell'Olanda, paese simbolo della tolleranza multiculturale e pacifica, e i giornali che all'inizio nicchiano sulla notizia e poi ci danno dentro con la frettolosa e passeggera attenzione di cui sono capaci. Mi inquieta ma non riesco a trovare la parole per dirlo, venti giorni dopo. Potrei ritrovarmi insieme a quelli che si svegliano la mattina, troppo ingenui da una parte o troppo opportunisti dall'altra, a catalogare i fatti, escogitare termini di riferimento e dare giudizi sull'uomo e sulla storia. Come chi vorrebbe mettere Dio ovunque (il dio proprio o quello altrui, leggere Leonardo qui e qui), come un mantello a coprire la realtà multiculturale che faticosamente funziona da anni oppure i fanatici disposti a romperla. Forse sta qui il segno decisivo di questi tempi: le nostre placide categorie culturali - pure quelle date per acquisite - cominciano a faticare. "Se non fosse che venire sparato su un marciapiede e violato da fotografi, telegiornali, biografi e noialtri commentatori del sabato, leva ogni dubbio su a chi affidare la propria passeggera tenerezza". Avendo un weekend libero, mi è sembrato interessante leggermi i lunghi interventi di un dibattito tra Ferrara e Cacciari intitolato "Siamo tutti olandesi" (qui in pdf). 23.11.04
"Si comincia con le droghe pesanti, e poi si va a finire a farsi le canne" Finalmente un giudizio serio e competente sulle droghe leggere, che rovescia in un sol colpo cataste di luoghi comuni e con molta razionalità: un giudice assolve un imputato che fuma marijuana per stare alla larga dall’eroina. 22.11.04
Non se ne è accorto professore? Anche il sottoscritto, qui, è tra quelli cui piace frugare nei meandri della società, analizzarne i flussi generazionali, scardinare i luoghi comuni. E pure capire il fantomatico "universo giovanile", ci mancherebbe, che ci siamo dentro fino al collo. Anzi noi, a differenza di altri ex compagni di banco, siamo persino grati ai docenti che ci fanno "lezioni di vita", non fosse altro che per scamparla all'interrogazione. Però, una cosa ormai va detta chiara e tonda: secondo me al professor Lodoli, quando entra nella sua classe, un po' si divertono a prenderlo per il culo. Altrimenti non è ammissibile che ogni sospiro o scollatura delle sue studentesse assurga a "simbolo della nostra società" sulla prima pagina di Repubblica. Prendete questa: stavolta c'è un'alunna che - come milioni di alunni e alunne dacché esiste la scuola - si inventa una scusa per non farsi interrogare, "due domandine su un racconto di Maupassant". E che gli dice al professore? Che gli è morto il nonno per la settima volta? Che si sono allagati i bagni? Che si è lasciata col fidanzato? Che aveva perso il quadermo? No, la studentessa (furba) a Lodoli gliela mette così: "Non voglio soffire neanche un minuto, ma nessuno vuole più soffrire, non se ne è accorto professore?". Ovviamente: seguirà dibattito nazionale. Eppure, io che ne ho memorie ancora fresche, ricordo quanto le classi scolastiche possano diventare microcosmi leggendari eppure inguaribilmente deviati rispetto alla realtà del mondo fuori. E ricordo pure quel nostro professore snob che una volta, in vena di vendette verso una sua collega di lettere, ci disse: "il novantanove percento dei professori sono solo studenti nostalgici". Di questo passo, fanno più danni le pie alunne di Lodoli che la derelitta banda di allagatori del Parini. 19.11.04
La resa dei conti Stamattina, su Repubblica, Michele Serra scriveva a proposito di Berlusconi che sta raschiando il fondo del barile: "E' stato già detto che il vero motore psichico del nostro è l'obbligo di sedurre e di compiacere: per onorare il quale è disposto a qualunque inganno, come nel migliore vaudeville. Che però finisce, in genere, con tutte le moglie e le amanti e i creditori che si ritrovano, nella divertentissima scena madre, tutti insieme a smascherare e rovinare il povero protagonista. Applausi, sipario". Dunque, c'è da segnalare oggi un altro passo: l'avvocato della Presidenza del Consiglio ha chiesto la condanna del Presidente del Consiglio. Temo che la scena madre si stia avvicinando, se v'è rimasto ancora da ridere. 18.11.04
Storie di un paese di mare Ogni tanto torno a Gaeta, e la ritrovo come un luogo dove infondo potrebbe succedere di tutto ma difficilmente cambierà qualcosa. Altre volte, invece, guardo il mare e mi consolo. Adesso ho letto un libretto che ne racconta piccoli ordinari episodi, sotto forma di racconti. Si chiama "Storia di un paese di mare", e lo ha scritto Salvatore Mola. Sono racconti tranquilli, a tratti minimalisti perché minimo è lo sfondo che cercano di narrare, ma dietro cui traspare una certa tensione intellettuale. O, almeno, una voglia di fissarle nella memoria certe cose e certi episodi: che non restino strilli di giornale condannati all’oblio, chiacchiere di corridoi comunali e di bar sulla piazza, o le solite ondate di lettere anonime a orologeria. Ci sono i compromessi onorevoli per le case a dieci metri dal cimitero, ci sono gli avvocati degli abusivi e gli amanti fedeli, ci sono le brave mogli assunte col concorso e i rispettabili preti che non vogliono i disabili a scuola, ci sono i morti dimenticati dai vivi e le cisterne che diventano ville. È la Gaeta minima che tutti sanno, ma nessuno vede. Un paese gattopardesco, la cui verità – per dirla alla maniera di Sciascia – è “in fondo al pozzo”. Di questo libro mi ha colpito una frase, lì nel mezzo. «Quasi ogni giorno sembrava il tempo della morte in quella piccola città di provincia. I suoi abitanti s’inorgoglivano e continuavano a pensare che non ci fosse al mondo luogo più bello e ameno; ma in quel luogo sereno e placido, tra le pieghe dell’orgoglio, un giovane si sprofondava nel mare gettandosi dalla falesia di Monte Orlando, una donna si impiccava nella sua abitazione, un’altra si dissanguava nel bagno, un vecchio si precipitava dal quarto piano a bagnare del suo sangue lo stretto marciapiede. E nell’indifferenza generale tutto continuava ad andare come doveva andare. Gli impiegati in ufficio, gli avvocati in tribunale, gli insegnanti e gli scolari a scuola, gli operai in fabbrica, i preti in chiesa, le casalinghe al bar e al supermercato, i morti al cimitero». 16.11.04
Compendio Invece di sbattere sulla storia della filosofia universale, mi basterebbe questa vignetta. ![]() (trovata grazie a Miic) 15.11.04
Il Grande Rimpasto Globale E un giorno, all'improvviso, la sindrome che covava da parecchio tempo nei più disparati ambienti, dalle redazioni romane fino sù agli studi ovali, esplose in un colpo solo. Quel giorno - e forse ci siamo dentro, oppure è solo l'inizio - scoppiò il Grande Rimpasto Globale. E adesso: Rossella va a dirigere il Tg5? E chi va alla segreteria di Stato? Il sottosegretario Micciché se ne va? Lo rimpiazzerà mica Colin Powell? E Condy Rice, cosa farà? Ma non è che Mentana va al Corriere? Cassano rimane alla Roma o molla tutti? E Siniscalco, si dimette davvero? Chi va a dirigere la Gazzetta? All'Olp ci metteranno un triumvirato? O Barghuti li fregherà tutti? O Mentana lo fa sul serio il direttore editoriale? Baudo poi passerà a Mediaset? E delle cene privatissime in cui si decide il prossimo conclave, voi ne sapete nulla? E poi, si è capito chi va a dirigere Panorama? Ma Panorama, il famoso newsmagazine? O Panorama, l'ipermercato dove fanno gli espropri proletari? 11.11.04
Che la storia continui Cantavano i Ccpp, in un brano intitolato "Palestina": "Le nostre case ad altri le donne vedove / Pietre disperse all'imbocco della strada / Guidano i passi dell'intifada / Agli insolenti l'ira la grazia ai giusti". Mentre muore Yasser Arafat, combattente palestinese dalle molte vite, l'uomo che andò all'assemblea dell'Onu con un mitra mentre porgeva un ramoscello d'ulivo, sagoma sgangherata e disperata di un popolo amaro, una kefiah a scacchi e una storia dalle radici troppo antiche. Sono vite che scorrono parallele alle nostre, anche i più vecchi se lo ricordano da un pezzo quel tizio con la kefiah, e drammi storici che nonostante tutto non trovano una fine. Come flashback di un film. Prima si diceva: bisogna che il mondo sappia della causa palestinese? Ecco, adesso tutti sanno ma poco cambia. Prima si diceva: non c'è alternativa a terminare la via pace? Oggi, non si fa altro che pensare al peggio sempre possibile, e a quale sarà la prossima guerra. Ecco, mentre oggi muore Arafat si pensa al vuoto. Ma è la direzione, probabilmente già presa dalla sceneggiatura, che fa preoccupare.
10.11.04
Raffiche di sdottoreggiamenti Con l'ultimo dei decreti sulla riforma universitaria, saremo tutti un po' più Dottori. Persino io, tra un po'. Beppe Severgnini sul Corriere infierisce sull'impeovvisa e barocca moltiplicazione di dottori: "I posteggiatori non sbaglieranno più, quando grideranno «Piano, dottore!» durante la retromarcia. L'annuncio «Dottoressa, le stanno portando via la macchina», in un ristorante, provocherà una sommossa: solo la cameriera resterà dov’è, e forse nemmeno lei. Visti gli stipendi dei neo-laureati, infatti, è probabile che molte giovani italiane decideranno di servire spaghetti e contorni. C’è da registrare una novità, gravida di conseguenze sociali. La novità è questa: la revisione del decreto che ha istituito il percorso universitario detto «3+2», approvata dalla Corte dei Conti e in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, introduce nuove qualifiche accademiche. Il titolo di «dottore» spetterà ai possessori della laurea triennale. Chi prosegue gli studi e consegue la laurea magistrale e il dottorato di ricerca avrà diritto, rispettivamente, alla qualifica di «dottore magistrale» e di «dottore di ricerca»". 9.11.04
Mattiello chi? Tutto è cominciato da una foto. Scattata per caso, e per caso finita su un settimanale. E' una foto di gente che balla, fa caldo, sono uomini e stanno a torso nudo, un paio si baciano. E c'è un tizio che passava di lì, con indosso una maglietta verde militare e una faccia composta, non sta ballando né limonando, e forse cercava qualcuno. Quel posto dove tutti ballavano era il Gay Village dell'estate romana, al Testaccio, una manifestazione divertente che spopola nella capitale "radunando omo, etero, bi, confusi, indifferenti, nervosi, sudati, perfino famigliole in cerca di un filo d’aria nell’afa estiva". Quel signore dall'aria composta si chiama Dario Mattiello, ed era da otto anni lo stimato capo segreteria dell'onorevole Fisichella di An, che è persona di apprezzamenti bipartisan e vicepresidente del Senato. Quella foto invece stava per sbaglio su Panorama, in fondo a quelle pagine di costume, società e bellavita tipiche dei newsmagazine. E dunque? Dunque, la storia finisce con l'onorevole Fisichella che vede la foto, a momenti sviene, e il giorno dopo licenzia - su due piedi, senza giustificazioni - il suo dipendente Mattiello. Insomma: un alto esponente delle istituzioni ha fatto licenziare un dipendente forse gay che si faceva i fatti suoi in una serata d'estate, per una foto in maglietta verde militare, e nessuno dice niente. Almeno finora. 8.11.04
Blogfest Se uno non fosse diventato un blogger sarebbe tutto più comodo. Si potrebbero fare bellissimi pensieri e profonde riflessioni senza proiettarle subito in forma di post. Si potrebbe giudicare un libro solo per averlo letto, bello o brutto ma senza bisogno di scomodare rapporti aulici tra letteratura e rete. Si potrebbe andare a una festa, senza passare la serata a strattonare cartellini su maglie o giacche sconosciute. E però, vuoi mettere la differenza. Uno poi non si farebbe sorprendere bello e contento e al caldo in quel sabato che di colpo ci ha ripiombati nel freddo boia. Uno non si ritroverebbe mollemente sdraiato su un divano, a pensare che i blog saranno pure farina del diavolo, ma un sacco di bloggatori è gente che ha ancora una bella anima a disposizione. Se Milano ve la immaginate come quelle mappe oleografiche del calore, allora il Foyer era una di quelle macchie molto rosse e molto pulsanti. Specialmente sul tardi. E insomma: facce riviste, facce ormai amiche, facce conosciute e poi chissà, facce che non ne potevano più di restare solo un nome pixellato, facce imperdonabilmente sfuggite nella folla. Milioni di fotogrammi e milioni di risate, sparsi qua e là. Lo "state zitti, stronzi!" di lei, l'ormai famoso "per favore, se potete alzare il silenzio" di lui. Un'entrata che - sostiene tendenziosamente qualcuno - ho fatto quando non dovevo fare. La borsa sulla sedia, aperta, per tre ore lì, di Arkangel: "all’interno chiavi della macchina e seconde chiavi della macchina (saggezza), 80 euro, due blister di valeriana uno di stilnox, 7 accendini un cellulare caduto 34 volte e bagnato 3, una card del padrino dove fredo piange davanti a marlon brando trivellato, carta di credito, bancomat con scritto dietro in indelebile il codice, chiavi di casa con il portachiavi a forma di mappa per trovarla. Ecco, per dire, quando l’ho ritrovata, c’era tutto". Gli occhi puntati sul badge, pure dentro ai cessi. I libri scontati. Uno con la faccia di Filippo Facci il quale "chi, Filippo Facci io? Nooo, ma le pare che il vero Facci venga qui, a una festa del cazzo come questa? No, lasci perdere". I free drink. Tre ore di bicicletta, a smaltire le bevute e a smaltire la metropoli, la mattina dopo. Ah, un free drink ce l'ho ancora. Insieme al badge. Così, per ricordo.
7.11.04
Premio letterario Meno male che c’è TMO, l’unico servizio pubblico rimasto che si occupa di far sapere al paese ciò che il paese ignora. Anche portando all’attenzione collettiva piccoli frammenti di assessorati e di cultura, tra le pieghe di Gaeta. “Premio lettarario di viaggio e di avventura Città di Gaeta – IX edizione”, un giorno qualunque durante l’autunno, di tardo pomeriggio. Arena del ristorante “Del Mar”, vicino al porto, notevole presenza di zanzare, cielo nuvoloso minacciante pioggia, pubblico in verità un po’ scarso, classico demi-monde gaetano d’occasione. Attesa per lo storico incontro tra due pilastri, Maria Giovanna Elmi (ex annunciatrice Rai, conduttrice della serata, fresca di nomina a Presidente del Teatro Stabile di Trieste senza sapere nemmeno lei perché) e Massimo Magliozzi (sindaco di Gaeta per Forza Italia, già Capitano, appena auto-nominato assessore ad interim alla Cultura senza sapere nemmeno lui perché), incontro che però salta per assenza del sindaco. Segue breve catalogo random di frasi, inclusa la deriva “fatinesca” della Elmi. «Sono arrivati i libri più svariati, dalle guide turistiche alle poesie» (Sandra Cervone, valoroso ufficio stampa del premio). «Ecco, vedete, una giuria veramente composita e vigente professionalmente... heee, preparata» (Antonio Ciano, telecronaca per TMO). «Lei ha veramente lavorato per questo premio, poi ha dovuto lasciare, ma continuiamo a ringraziarla» (S.C., parlando di Maria Pia Alois, roscia di capelli ma di destra nel cuore e pure poetessa, compianto assessore alla Cultura nonché unico salvagente grammaticale della giunta gaetana, liquidata un paio di mesi fa per uno spiccio rimpasto di poltrone). «Quindi aspettiamo ancora un attimo per dare modo a tutti gli amici di sedersi» (Giovanbattista Albano, detto Vanni, ufficio stampa del Comune, ragazzo perbenissimo e presentatore composto). «Epperò mi hanno detto: datti subito da fare che questi sono tempi duri» (Elmi, sulla sua strepitosa nomina allo Stabile di Trieste). «Chiedevo al sindaco a quale periodo risale Caboto, pare a circa cinquecento anni fa» (Elmi, colei che recentemente inserì Goldoni tra i viventi). «Sono stato chiamato così, all’improvviso, a introdurre la serata finale di questa manifestazione conclusiva» (Tonino Lieto, consigliere comunale). «Ci chiedevamo: perché il premio città di Gaeta non può diventare come il Campiello, o come lo Strega? Questo è il nostro traguardo, ma al momento pare un sogno» (prof.ssa Rossana Esposito, patronessa del premio per dieci eroici anni, si guarda attorno con aria comprensibilmente schifata). «Una cornice così non poteva trovare una migliore collocazione» (Elmi, dispensatrice di complimenti infiocchettati e saluti zuccherosi). «Scusate se rompo la linea di schivezza che mi è di costume. Un’altra cuspide, un altro punto di stacco nella curva dell’esistenza, e un altro momento di sofferenza, perché di solito non partecipo a queste manifestazioni» (Gaetano Andrisani, premiato). «Già vedo una scatola... Vanni, non è questa?? Dai, apriamo, eheheh, vediamo dove è scritto il nome!» (Elmi, momento premiazioni). «E mi sdraiai per contemplare con maggior agio il cielo amabile» (il consigliere Lieto, leggendo con aria ispirata un brano del premiato Jesus Del Campo). «Allora! Caro Vanni! Dobbiamo continuare! Perché stiamo per arrivare!» (Elmi). «Sono anche un po’ emozionato, se faccio così mi trema la mano» (Giuseppe Cederna, premiato). «Io sono felicissima di essere tornata a Gaeta, ma sempre per cose straordinarie, culturali, bellissime!!» (Elmi). «Due vincitori che però ci fanno anche pensare, alla fine» (Vanni Albano, esausto). «Allora io chiudo come se fossi dentro al televisore. Non spegnete ancora perché sto per dirvi che, signore e signori... (risatine in sottofondo) i nostri programmi per questa sera sono terminati e arrivederci alla prossima edizione. Buonanotte. Ah, no... il buffet! Il buffet!!» (Elmi). 5.11.04
Guardo le nuvole lassù Il guaio, con le elezioni americane, è che ci abbiamo preso la mano, le abbiamo sentite (non a torto) come una cosa che ci apparteneva, un diritto da rivendicare. "Vengo anch'io? No, tu no". Sennonché, la mattina dopo, ci siamo svegliati, abbiamo visto quei milioni di voti, e ci siamo accorti di ciò che non dovevamo dimenticare. Che noi, dell'America, non ci capiamo nulla. Il commento più efficace che ho letto in questi giorni si intitola "Due nazioni sotto Dio", scritto da Thomas Friedman sul NY Times. Quella dell'altro ieri è stata una sconfitta elettorale, ok. Come ce ne sono state e ce ne devono essere in una normale democrazia. Eppure perché - si chiede Friedman - stavolta mi sono svegliato più turbato del solito? E lì capiamo - anche noi che ci siamo appassionati alla sfida ma non potevamo afferrarne tutti i significati, tutti i composti di quell'impasto di ragioni e sentimenti - che non si è votato sulle questioni concrete ma sui valori morali. Scrive Friedman: "A dispetto di un operato in Iraq all'insegna della più totale incompetenza e della stagnazione economica, Bush ha mantenuto il nucleo di stati conquistati quattro anni fa, come se nulla fosse accaduto. L'impressione è che la gente non abbia votato il suo operato, ma la propria squadra di appartenenza. Non è stata un'elezione ma un'identificazione di posizione". Insomma, come ha scritto Sullivan, "the war was not the issue. Gays were". Il sospetto, mentre stiamo qui a guardare passare le nuvole, è: potrà accadere anche da qualche altra parte? 4.11.04
Checkpoint L'altra mattina i giornali non sapevano bene cosa titolare. L'ultima edizione di Repubblica sela cavava con "Bush-Kerry, all'ultimo voto", simile il Corrierone. Il Foglio, onestamente, dice di essere andato in stampa alle otto di ieri sera ma vuole crederci lo stesso, fortissimamente crederci: "Perché ha vinto George W. Buh", scritto stampatello e tutto in rosso. "Good Morning America", invece. Kerry ha stravinto "con una valanga di voti", secondo una delle più superbe prime pagine mai viste sul Manifesto. Ma era solo la prima edizione, subito dopo, quando le cose si mettevano male, hanno optato per un più neutro "Supervoto". Tanto alle undici di sera - col fuso orario di laggiù - Gerge W. se ne era andato a dormire. E si sa che, quando si dorme, non si ha tempo per proclamare né guerre né vittorie elettorali. D'altronde, con due o tre milioni di voti di vantaggio si può anche andare a letto tranquilli. Pure se quelli lì fuori, compulsando cnn e siti, ancora si accapigliavano sull'Ohio. A chi andrà l'Ohio? Ma cosa avrà mai l'Ohio? Luca Sofri sul suo blog aveva pure messo sù una compilation a teme. Ohio, l'hanno cantato Neil Young, e Damien Jurado, e Devo. E poi c'è "Look at miss Ohio" di Gillian Welch. "Dayton, Ohio 1903" di Randy Newman. "In Ohio" di Joseph Arthur. "Texas to Ohio" di Damien Jurado. S'è scoperto che pure nella famosa contea di Clark, quella dove migliaia di europei avevano spedito le proprie lettere agli elettori, proprio lì in Ohio, ha vinto Bush per millecinquecento voti. Oh, ahio. Al Tg5, di fronte alle scene di super-affluenza alle urne in America, l'ex ambasciatore americano in Italia Artholomew commentava: "Ecco, da americano, se io dovessi dire cosa è la democrazia direi questo: la gente che fa la fila nella notte per andare a votare". E un altro ospite, fuori inquadratura, credo De Michelis: "Vabbe' notte, mica è notte, quella lì è sera". Alla fine, si è capito:L'Incompetente ha battuto l'Incoerente, e così sia. George W. Bush ha vinto le elezioni, e rimane alla Casa Bianca. Four more year, urlano i fans. A quest'ora Tom Wolfe sarà già lì: al terminal dell'aereoporto di New York, a scrutare la fila del check-in, con fazzolettone bianco d'ordinanza. Lui l'aveva detto: "Voterei per Bush non foss'altro per stare in aereoporto a fare ciao-ciao con la manina a tutti quelli che dicono che se ne andranno a Londra, se vince di nuovo". Ci ha pensato anche Harper's: con una pratica guida su come e dove espatriare il tre novembre e giorni seguenti. Ci sono le nazioni "sospette", i Caraibi, i membri della 'coalition of the willing', le riserve indiane, persino i Paesi Immaginari. L'Italia? Be', non è detto sia un vantaggio. Voialtri, gente allegra, invece siate ancora in tempo per leggervi il libro "Checkpoint" di Nicholson Baker. Dialogo serrato tra due amici, uno dei quali vuole uccidere Mister President. Surreale miscuglio di analisi storiche documentate e follie paranoiche. E decidete, con gli occhi di oggi, quanto convenga essere disperati con le proprie passioni.
3.11.04
Ehi, ha vinto Obama (con la b) Comunque il cosiddetto candidato dei bloggers ha vinto il seggio al Senato, in Illinois. Lui, almeno, ce l'ha fatta. Al momento è l'unico nero del Senato americano. Al prossimo giro, puntiamo di lui? | ||