LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

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31.8.04
 
Gaeta, l'estate del nostro scontento

Il clima è sempre bello e il mare sempre così così, ma non ci sono più le stagioni. Non le mezze, bensì quelle piene, quelle affollate e redditizie. Ai tempi degli esodi estivi e delle invasioni di villeggianti ci si lamentava, noi indigeni della cittadella gaetana, come per un’offesa all’orgoglio dei nostri luoghi, però ben compensata dall’ingrossamento di certi portafogli. Adesso, invece, in questa estate che si avvia ad una modesta conclusione, tra gente (numerosa) che tirava la cinghia e gente (disperata) che tirava le somme, ci chiediamo che fine abbiano fatto i turisti, non li troviamo né qui né altrove, i cartelli Fittasi sbattono malinconicamente al vento, e un po’ ci preoccupiamo. La crisi delle vacanze è ormai cosa nota, affatto ascrivibile al mugugnismo locale, e se ne parla dappertutto (con l’eccezione di Porto Rotondo, sede del rinomato circolo ricreativo La Bandana). Un 20/30% in meno di turisti, un 20/30% in più per i prezzi, si dice. Insomma, è crisi nera. E non è solo questione di cifre, di soldi, di aumenti, di litri di benzina. Nelle analisi dei politologi fino alle chiacchiere dei bar, si può palpare l’incertezza, la paura del futuro. I telegiornali nel frattempo continuano a edulcolorare le balle, mentre si profila all’orizzonte un autunno fatto di stangate e rivendicazioni. Tutto questo, vabbé, che c’entra con l’ombrellone al mare? Gaeta, diciamolo, è un buon osservatorio. Pallosissimo a volte, ma se ne ricava qualche riflessione. Per misurare la crisi che colpisce ovunque, la congiuntura negativa che affligge i governi e i cittadini. E poi soprattutto per rendersi conto del cattivo destino che imprigiona invece proprio questa città. Un destino quasi antropologico che, da decenni, è cautela e furbizia, paura di contare sulle proprie forze, incapacità di mettere insieme un progetto per il futuro. Paura atavica quella gaetana, di restare sotto assedio. E sotto assedio ci siamo rimasti, proprio adesso. Adesso che non c’è più nessuno. Che la fortezza tardo-turistica è diventata il deserto dei tartari. (segue).

30.8.04
 
Palle fredde, zonker!

Sai chi non fa errori? Chi sta fermo, chi sta attaccato alla poltrona,
chi non rischia mai nulla.
Così, aspettando di vivere, si consuma la vita. E quando si volta
indietro non ha niente da ricordare.

Pecca forte e pentiti fortemente!

:-)
e.


28.8.04
 
Il testamento di Enzo

Dalla tipieda notte in cui ho saputo che delle bestie terroriste avevano ucciso quell'italiano di pace a Baghdad, Enzo Baldoni, ho notato come si siano moltiplicati in giro il sentimentalismo e la rabbia. Eppure diventa sempre più difficile stupirsi ultimamente. Stavolta c'è un dolore, davvero sincero. Perché il vasto universo, il "gigantesco minestrone cosmico" diceva lui, che ci separa dagli sguardi, dalle cose, dalle guerre lontane si è allargato oggi ancora di più. E, probabilmente, questo mutamento, questo piccolo spicchio di un pauroso baratro, è solo uno di una lunga serie. Altri ce ne saranno. L'abitudine è in agguato. Siamo costretti, da episodi come questi, a guardarlo quel baratro. Perché in questa guerra nessuno è salvo, nessuna identità è protetta, uno muore fucilato solo perché è occidentale, un altro muore sotto una bomba solo perché è iracheno. Costretti a guardare in faccia una guerra che è sbagliata e in cui siamo, ci piaccia o no, coinvolti (senza le ipocrisie di chi la chiama "missione di pace", senza le semplificazione di quelli che "è tutta colpa del petrolio"), e che mette in crisi la democrazia in cui crediamo di vivere. Costretti a guardare in faccia un terrorismo che esiste sul serio, che non vuole la pace, che forse non c'entra con la maggioranza degli iracheni, che comunque vuole negare la nostra democrazia (quel ce ne è) e le sue scelte. Non perdiamo troppo tempo a chiederci cosa spinge un uomo ad andare laggiù, se il fegato o il cuore, la solidarietà o il portafogli, il coraggio o l'incoscienza. Sono dettagli di una storia più grande. "La nera verità del nostro tempo", scrive qualcuno. La Storia (quella maiuscola) insomma è: cosa ci facciamo noi lì? E poi c'è stato in questi giorni il solito cretinismo del nostro Paese, gli sghignazzi di certi giornali di destra, le infamie del quotidiano Libero e del suo direttore Feltri su un ostaggio e poi su un morto. Schiavo anche lui della sua fottuta ideologia. "Le vacanze intelligenti", "l'antiberlusconiano amico dei terroristi", "quello che cercava brividi e li ha trovati" e così via. Buttare ogni cosa nel pollaio puzzolente della propaganda politica, quella è la barbarie di cui siamo specializzati a casa nostra e quasi sempre fomentata da certa destra, combattuta certo con le penne e non con i fucili, ma non per questo meno rivoltante. Scusate, ma il dolore lascia il posto all'incazzatura. Non va bene. E poi noi, in certi momenti, abbiamo più dubbi da coltivare che interessi occulti da difendere. Ve la ricordate quella frase di Thomas Friedman, commentatore liberal del New York Times? A proposito del rapporto tra le democrazie e il resto del mondo dopo l’11 settembre, scrisse: "Noi siamo i buoni, vediamo di dimostrarlo". Arrivati dove siamo, fa invece questa constatazione Ilvo Diamanti, su Repubblica di oggi: "Partiti per garantire all'Iraq pace e democrazia, per 'normalizzare' l'Iraq, ci stiamo irachenizzando noi. Che ci scopriamo ogni giorno più divisi, cinici e indifferenti. Incapaci di etica e di estetica. E insopportabilmente feroci". In mezzo alla crudeltà di guerra e alle volgarità della politica, sembra veramente non esserci scampo per la cosa migliore e più bella, che piaceva ad Enzo quando viaggiava e piaceva a noi quando lo leggevamo: lo sguardo nitido e pulito, la curiosità per gli altri, il racconto delle cose senza intruppamenti ideologici. Quello spiritaccio che non poteva essere capito dei truci e invasati fanatici della Jihad. E che ovviamente dava fastidio ai media in cerca di etichette o ai fondamentalisti di destra in cerca di titoloni polemici. "Sono stato nei posti più insanguinati della Terra, e ho capito che nessuno è innocente", disse una volta Enzo. Ha malinconicamente ragione Gabriele quando scrive che, dopo questo ennesimo episodio, ognuno di noi penserà di avere argomenti in più per avvalorare le proprie tesi. A favore o contro, pacifiste o bellicose, così come si va avanti da tre anni. "E invece di argomenti, quelli veri, ne avremo tutti di meno da oggi in poi, perchè qualcuno che aveva il coraggio di andarli a vedere con i suoi occhi e provare a raccontarli non c'è più". Ora di Enzo rimane tutto quello che ha scritto, rimangono i guerriglieri e rimane pure Doonesbury, i parenti da lasciare soli. E il suo bel testamento. "Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski". Così. "E' tornato. E' tornato il momento di partire".

27.8.04
 
Lo hanno ucciso

"ROMA 26/08/04 h 23,33 - E' stato ucciso Enzo Baldoni, il giornalista freelance rapito in Iraq il 20 agosto. I suoi rapitori hanno inviato un video alla tv satellitare Al Jazeera con le immagini della sua esecuzione. "Ci sono immagini agghiaccianti", ha detto una fonte italiana che ha visionato il video".
Enzo, scrivevi: "Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato".

26.8.04
 
Un italiano a Baghdad

E' una giornata lunga, questa. Ma stamattina su Repubblica c'era un bell'articolo di Francesco Merlo. "Uno così simpatico non l'avevano ancora rapito. La simpatia italiana è una risorsa che, chissà, potrebbe spiazzare persino i terroristi islamici, quella simpatia che alcuni popoli ci rimproverano come 'pittoresca', ma che per noi è plasticità, capacità di stare al mondo senza troppo subirlo, in piedi e non in ginocchio..."

25.8.04
 
Perché dovrebbero restituirci Baldoni

Dovrebbero ridarcelo indietro Baldoni. Anche per farlo tornare ad essere uno in più di quei pochi uomini con la voglia di partire, vedere, capire e raccontare. Dovrebbero ridarcelo perché eravamo contenti di leggerlo e lo sentivamo quasi come amico in una comunanza strana di occhi e di tastiere. E perché adesso non meritiamo di restare qui da soli nel pollaio coi Fede e coi Feltri, con quelli che ieri al tg sghignazzavano che "le vacanze intelligenti poteva andarsele a fare a Rimini" o con quelli che lo descrivono come un occidentale sinistroso e annoiato in cerca di esotici safari da brividi nelle ferie di Ferragosto (ecco la prima pagina di stamattina del quotidiano Libero: "Vacanze intelligenti / Aveva detto: 'cerco ferie col brivido'. E' stato accontentato"). Con quelli, insomma, pronti a infangarla coi loro volgari giochetti politici, di destra e di sinistra, pure quando in ballo c'è la morte e c'è la guerra. Eppure basterebbe ascoltare la sua voce, per capire che uomo è Baldoni. Baldoni ha combinato di tutto nella vita, professando lo "zen occidentale" e non fermandosi mai, molti meriti e molte follie. Aveva fatto nuove amicizie anche a Baghdad, e spero che gli torneranno utili. Anche perché ha un fegato e un cuore più grossi di quelli di tanti altri. Scrive Broono, tra i commentatori del blog di Pino Scaccia, che dovremmo almeno «lasciargli la possibilità di continuare ad essere orgoglioso (se lo è, ovviamente) del paese che rappresenta, o "non rappresenta", come puntualizza Fede facendo la distinzione fra giornalisti di guerra "come quando io ero in Africa" e "turisti in cerca di emozioni"». Ma queste sono ore in cui è meglio aspettare, e non scivolare nello sguardo strabico che non focalizza mai né la realtà della guerra (e c'è una dannata guerra laggiù, ebbene sì) né le cose del nostro Paese. Enzo, persino nel video di ieri, aveva uno sguardo dritto e nitido. Sguardi così dovrebbero ridarceli indietro, che è meglio per tutti.

24.8.04
 
E' vivo, ha una camicia pulita, è in mano ai rapitori

Il Cairo - La tv del Qatar 'Al Jazira' ha trasmesso un brevissimo video ricevuto dall' 'Esercito Islamico' con immagini del giornalista italiano Enzo Baldoni. Il video in cui appare Baldoni è accompagnato da un comunicato nel quale l'Esercito Islamico da all' Italia 48 ore per lasciare l'Iraq. Il filmato, che ha un fondo scuro ed una mappa dell'Iraq sulla sinistra, ritrae Baldoni che dice di essere un giornalista italiano e di essere in Iraq per scrivere un libro. Il giornalista italiano, per confermare la sua identità, mostra il passaporto. (Ansa)

23.8.04
 
Zonker come home!

Un'email di Enzo G. Baldoni spedita il 2 agosto (e ripescata oggi da wittgenstein).
"Torno adesso dalla favolosa Petra e (come dice un caro amico missionario di cui forse hai letto sul penultimo numero di Diario) ho ancora il culo che puzza di cammello. Vuoi ridere? Mi hanno appena detto che ogni mattina all 6.30 la Radio Svizzera legge Bloghdad. Temo di aver sempre sottovalutato la potenza del blog: adesso si allarga anche agli altri media. Praticamente una piovra. e."

22.8.04
 
Le loro prigioni

Pensieri di questi ultimi giorni, prima di dimenticarsene di nuovo.
Ora si è suicidato un sindaco (in carcere, in custodia cautelare, il giorno di Ferragosto) e ci si ricorda che nelle carceri italiane si sta male, si sta spesso fuori dalle regole della civiltà, ci si sente meno di zero.
Ora si è suicidato un sindaco (indagato per concussione su una faccenda di opere pubbliche) e ci si ricorda che lo sviluppo italiano è ancora fondato su basi oscure e limacciose, specialmente al sud.
E ora? Ora manderanno un'ispezione in Procura e i politici ne parleranno un po'. Ora forse toglieranno ai detenuti pure i lacci delle loro scarpe.

21.8.04
 
Accade in Iraq

Di Enzo G. Baldoni - che fa il pubblicitario a Milano, che traduce da sempre le strisce di Doonesbury per Linus, che viaggia nei posti scomodi per capire il mondo, e che giusto un mese fa ha aggiunto ai suoi meriti e alle sue follie l'essersene andato a Baghdad, per vedere - per ora non si ha nessuna notizia. Si sono perse le sue tracce ieri, sulla strada per Najaf. Potrebbe essersi rintanato da qualche parte, o essere stato rapito. Per ora le notizie si susseguono senza certezza, rimbalzano tra i siti e i blog. Dice Pino Scaccia: "il problema e' che in Iraq, per chi non lo avesse ancora capito, la situazione e' veramente brutta e non esistono posti sicuri e tutti siamo assolutamente a rischio... purtroppo capita anche a chi ci e' piu' vicino, e allora ti rendi conto che non sono notizie che arrivano dall'altro mondo ma sono reali, maledettamente reali".

20.8.04
 
Avanzi di bandana

"La verità - scrive Guia Soncini sul Foglio - è che voi Berlusconi non ve lo meritate. Non vi meritate una grandezza, un genio iconografico, una predisposizione pop che non siete all'altezza non dico di apprezzare ma neppure di riconoscere". Tutti a gongolare, spettegolare e trovare la battuta, azzeccare il paragone (la Mondaini? Ascanio? Julio Iglesias? la nonna del pirata nero?). Tutti lì, a far finta di sdegnarsi e a contare le crosticine, ricavarne sociologia spicciola, o analisi politica (otto milioni di calvi, otto milioni di voti). Beati noi, beato lui. Due giorni di ferie dopo, tutti sulla scia, tutti come Emilio Fede a Capri (grazie a Albs per la segnalazione). E poi, memorabile, arriva lo scoop del Corriere di oggi (purtroppo non online): l'ormai celebre tricologo ferrarese Rosati, tempestato da telefonate di assetati giornalisti, ammette di aver operato un trapianto di capelli sull'illustre capoccia del premier. Rosati: "E poi il presidente ha fatto di tutto per rendere l'atmosfera la più serena possibile". Giornalista: "Non ci dica che ha raccontato barzellette mentre stava sul lettino?. Rosati: "Si, qualcuna, su se stesso, sulla sua calvizie". Eppure, un tantino sul serio. Che Berlusconi ricordi più il Billionaire che Palazzo Venezia, su questo ormai sono tutti d'accordo. Ma mettiamo una cosa in chiaro. Il sovvertimento delle istituzioni, la prepotenza dell'egemonia televisiva, i rischi per la democrazia, stanno sempre lì. Con la bandana si conciliano benissimo. Sono l'altra faccia della bandana. Al massimo, non conviene esagerare né con l'uno né con l'altro, ma va a sapere. E comunque prepariamoci al peggio: un giorno, presto o tardi, arriverà un altro governo di berlusconiani e di spacconi, senza nemmeno essere Berlusconi. Dite che forse forse ce lo meritiamo?

18.8.04
 
La repubblica delle bandane

Stamattina presto - mentre galleggiavo in mare tra bagnanti assonnati, gente svegliata stanca, malinconici bimbi in canotti a stelle e strisce e sottofondo di musica blues-rock anni 50 proveniente dall'ombrellone del bagnino - mi chiedevo se dirglielo e come dirglielo. Chissà quanti amici o conoscenti, profughi su isole greche o in tende portoghesi, saranno ancora all'oscuro. Magari sono a divertirsi e rimorchiare, mica a leggere giornali e controllare blog. E noi, colpevoli solo di non avere architettato un piano decente per fuggire da questa svergognata estate italiana, come ce la caviamo? Uno magari si sforza a dire che fa 'cheap' restare ai soliti posti nella solita estate, che stava lì pronto per emigrare in un monastero di santafè a preparare la marmellata di fichi o leggersi in santa pace un libro sugli spalti deserti dell'olimpiade che nessuna telecamera oserà inquadrare, ma poi non ce l'ha fatta. E adesso, che si fa? D'accordo che, quell'uomo lì, come diceva Montanelli, "ha almeno questo di buono: quando ti aspetti che faccia una scempiaggine, la fa". E però come glielo spieghiamo, noi che siamo rimasti qui, a quelli che tra un po' torneranno in città riassumendoci i loro fantastici viaggi, che l'unico evento cultural-mondano degno di questo nome è stato Berlusconi biancovestito e in bandana? Che il gioco sta tutto lì, nello sfidare il ridicolo e uscirne vincitore, in un cultura post-televisiva e post-politica che abolisce tutti gli stili, tutte le spocchie e tutte le mezze misure. E figurarsi se non lo sanno gli italiani in vacanza, leggendaria categoria da sketch comico. E se si viene mandati al governo, tutto è ammesso: perfino i telegiornali che annunciano l'attenzione del premier al dramma dei nostri militari al fronte mentre sotto la voce composta dello speaker volteggia e gongola il Cavalier Bandana in vacanza. Spettacolare abolizione di confine e di pudore, la realtà che supera ogni satira, ogni detournement. Tutto fa spettacolo, come il Porta a porta della sera dell'undici settembre: la sigla con le immagini delle Torri crollanti, la musica di Via col vento, i titoli di testa. La bassezza politica in orario di ufficio, l'allegria frescona in orario di bar (e spesso l'uno e l'altro, come nei veri uffici e nei veri bar, come nei film di Fantozzi e in quelli di Jerry Calà). E così, il giorno dopo, si completa il solito paesaggio italiano: sempre in bilico tra elementi di commedia ed elementi di potenziale tragedia. Tra il gioco di prestigio e gli scheletri nell'armadio. La bandana e la bomba, per dirne una. "Dietro di lui, avanzano le armate dell'Italia alle vongole", commenta Buttafuoco sul Foglio. E, dunque, ogni deduzione è possibile. Non ci sono più i "tipi da spiaggia" di una volta? Ci sarà da preoccuparsi per la nazione? Come scrive Serra, "tipo quello che fece senatore il suo cavallo, o quello che rifece la Costituzione perché non contemplava, tra i suoi articoli fondamentali, un elogio della bandana, specie se indossata su completino bianco"? Meraviglioso questo paese: come ci appassioniamo alle stronzate noi, nessuno. Prepareremo, in salotto, lo schermo per le diapositive.

17.8.04
 
Good morning, Iraq

Incontrarsi, d'estate, a Baghdad (sapessi com'è strano?). Pino Scaccia e Enzo Baldoni, sono entrambi lì e scrivono un blog. Gli viene voglia di citare quella battuta di Apocalypse Now: "Cristo, accusare un uomo di omicidio quaggiù è come fare contravvenzioni per eccesso di velocita' alla 500 Miglia di Indianapolis".

16.8.04
 
Autorete olimpica

Gianni Boncompagni, sul Foglio: "Il Comitato olimpico internazionale, notato il calo di interesse per gli ormai obsoleti sport olimpici, ha deciso che nella prossima edizione dei giochi verranno ammessi nuovi sport, ve ne anticipiamo alcuni a titolo di esempio: tiro al piattello bendato, base-ball con bomba a mano, corpo libero con manette ai polsi, tiro con l’arco con bersagli umani, fioretto sessuale e calcio sincronizzato".

13.8.04
 
Credere ancora alle Olimpiadi

Quelli dell'organizzazione greca hanno fatto un passo falso, dicono. E non è chiarissimo se il passo falso sia stato non trovare uno in grado di manovrare il mega-iper-ultra apparato di sicurezza comprato a suon di milioni di dollari da una ditta americana (e che ancora deve essere pagato), oppure l'aver spifferato a tutti la notizia a poche ore dall'inizio delle Olimpiadi più nevrotiche della storia. Nel frattempo c'è quella, sciabolista 22enne rumena, che spera nella medaglia "perché da noi un salario medio è di 150 dollari al mese, se vinco avrò finalmente la possibilità di acquistare un auto". C'è quello, nuotatore 17enne palestinese, che si allena a Gerusalemme Est, in una piscina sotto casa scavata dal padre e d'inverno coperta solo da un telo di nylon. C'è quello, pugile 24enne neozelandese, che quattro anni fa uccise la figlia appena nata, è finito in carcere, si è allenato come un matto, e adesso va alle Olimpiadi a reclamare la sua seconda possibilità. Ci sono quelli americani, bravi atleti che nascondono cappellini e bandiere per non attirare cattivi sguardi. Ci sono quelli del calcio, etichettati come bambini viziati, e accompagnati da una retorica di "dominatori egoisti" che nemmeno gli americani. E poi ci sono quei due, idoli greci dell'atletica, che ancora tutti inseguono per convincerli a fargli fare pipì in una provetta dell'antidoping. Roba da matti, queste Olimpiadi. "Citius, altius, fortius". Più forte, più alto, più lontano, come diceva quell'esaltante motto latino, che pare dettato apposta per gli sponsor, i network e laboratori che reggono le fila dei Giochi. Altroché. Tuttavia il mondo attorno pare infuocato e terrorizzato come il Condominio di Ballard. Ma ogni quattro anni si avverte il bisogno di scendere tutti a giocare, non è che ci si possa lasciar scappare l'occasione. Prendo una frase di Nietzche, che Gabriele Romagnoli prende in un suo articolo, che io prendo su Repubblica di oggi (sembra un sirtaki). «Maturità è ritrovare da grandi la serietà che da bambini si metteva nei giochi», e dobbiamo ammettere che siamo cresciuti male. E come se non sapessimo di quello spettro doppiamente traditore che si aggira per le rovine delle Olimpiadi: l'ossessione per il record. Vincere? Chissenefrega, quel che conta è superare. Ne parla Antonio Sofi (webgol) qui e qui. In compenso, fanno generale simpatia i 'cugini' greci (indebitati ma felici): la loro attitudine mediterranea al pasticcio e allo sprint, al passato nobile e al presente caotico, salvo indossare all'ultimo minuto il vestito buono e fare ancora la bella figura che ci spetta. Dunque sono roba da ragazzini o da adulti nostalgici le Olimpiadi? Gente così politically correct da non ammettere né la falsità dell'armamentario buonista da fratellanza-tra-popoli né la pallosità del ping pong? E magari crederai ancora a babbo natale? Una volta si diceva che lo sport permetteva agli uomini di sfogarsi in tempo di pace e senza farsi le guerre. Poi ci siamo messi a sfogarci continuamente, con le nostre piccinerie, i nostri incoscienti egoismi, dovunque ci capiti, anche nello sport. Duemilacinquecento anni fa fare la guerra era prassi comune, e si stabilì una tregua per i giochi olimpici. Nei tempi attuali fare la guerra suscita indignazioni, e anche quelli che le fanno cercano di trovare scuse o di chiamarle in altro modo. E di tregue olimpiche, ovviamente non se ne parla. Sarà già tanto trovare uno sprint limpido, un salto acrobatico, una sciabolata perfetta, senza l'ansia da record. Nonostante il mondo che brucia, i missili puntati, i settantamila poliziotti, gli sponsor smisurati, gli imbrogli sottobanco, la sonnecchiosità di queste vacanze. E, oplà, cascarci ancora. Nel fottuto spirito di Olimpia. Come dei grulli, come gente capace ancora di credere a Zeus e leggere Omero.

12.8.04
 
Mai più senza

Google nel millenovecentosessanta (o come sarebbe stato).

11.8.04
 
Sceneggiata gaetana

titoloBastava poco per trasformare una delle estati gaetane più bolse e desolate degli ultimi anni in una esemplare sceneggiata. E quel poco è andato in scena domenica sera, festa paesana della Madonna di Portosalvo, sul palco di piazzetta della Sirene. Insomma, quando il sindaco di Gaeta, Capitano Massimo Magliozzi, è salito sul palco delle festa insieme a Mario Merola e a una bella sciantosa di origine cubana, solo allora la morente identità gaetana ha ritrovato il suo giusto tono drammaturgico: tra la sceneggiata e la patacca. Sullo stesso palco dove si è appena conclusa la santa messa, quell’autentico mostro sacro della bassa provincia italiana che è Mario Merola si esibisce e canta, mette in scena la Napoli di emigranti e carcerati, madri piangenti e mandolini, di ragù e di malavita, la napoletanità da melodramma eccessivo e trionfante che molti napoletani amano e molti stessi napoletani sensibilmente detestano. E infatti per lo show di Merola c’è il tripudio dei napoletani in vacanza, nella Gaeta che anni fa Michele Serra definì come “sorta di protettorato turistico settentrionale della capitale del Meridione”. Così, tra un tuppe tuppe marescia’ e una strizzata d’occhio alla marca di vino che sponsorizza la serata, Merola chiama in scena “o’ sindaco”. E o’ sindaco, in elegante completo beige e camicia a quadretti ma senza fascia tricolore, puntualmente arriva. La scena è degna delle migliori sceneggiate. Del genere: o ‘guappo, la sciantosa e o’ Capitano. Il pubblico, osannante per Merola ma assai più freddo per il sindaco, sembra non capire. Qualche applauso, generale mormorio, niente fischi o pernacchie. Ma il sindaco sul palco non è un trauma per i napoletani in vacanza (cioè tre quarti della piazza), già abituati allo zoo della politica e all’irruenza naturale. «Che bello guaglione che è il sindaco», dice Merola, quasi offrendo uno dei suoi tipici pizzicotti sulla guancia al primo cittadino. Infatti il sindaco, che ora afferra il microfono con mimica fintamente impacciata, è il più merolesco di tutti, disarticolato e senza mediazioni com’è, quasi surreale. Il suo discorsetto di saluto suona come il celebre brano de O’ Zappatore: «Felicissima sera, a tutti sti signuri incravattati, a chesta comitiva accussi allera, d’uommene scicche e femmine pittate. Chesta è ‘na festa ‘e ballo... e ‘j ca’ so sceso a copp’ o sciaraballo, senza cerca ‘o permesso abballo j ‘pure». Poi Merola gli chiede: «Sindaco, com’è chesta città?». E quello, tossicchiando: «E’ bella, perché i gaetani sono belli fuori e sono belli dentro (applauso) e noi stiamo facendo del tutto per renderla ancora più bella». E trova il tempo, il buongustaio Merola, pure per fare pubblicità al ristoratore Mario ‘la Saliera’, altro personaggio da sceneggiata gaetana, tornato dopo le sue liti politicanti e i suoi guai giudiziari alle pizze margherita e ai fritti misti. Cosicché, anche il rito tribale – politico della mangiata riacquisti il suo eroe. (segue)

10.8.04
 
Se questi sono uomini

Michele Serra su Repubblica di ieri: "L'immigrazione dev'essere soprattutto questo spavento, per noi inimmaginabile: non riuscire più a dire di sé, avere un racconto - e che racconto - e non trovare più lingua né orecchie per raccontarlo. Essere all'arrivo, dopo averla scampata, solo uno del mucchio, merce indesiderata".

6.8.04
 
"Nessuno si chiede perché un cardinale debba spiegarci la donna"

Le pompose dissertazioni del cardinale Ratzinger sul ruolo dell'uomo e sul ruolo della donna, sulla banale virtù di essere maschi e sulla 'sponsale' fatica di essere femmine e starsene al proprio posto, riempiono gli inutili dibattiti estivi. Che impresa difficile. Eppure i succubi gusti femminili del cardinale a me paiono terribilmente somiglianti (e persino superati!) a tutto il luogocomunismo di paese e di ombrellone. Insomma, al bar certe cose sanno spiegarle meglio di Ratzinger. Per la dotta antropologia biblica - ideologica giusto "sorrisetti salaci e imbarazzo". Dai e dai, ci sarebbe veramente da lasciare tutti (santaromanachiesa compresa) alla loro chiacchiere e fuggire in mare, se non fosse che forse questa epica caccia alla donna e all'ontologia sessuale (ultimamente parecchio in voga a tutte le latitudini dello 'scontro di civiltà') non sia altro che un segno dei tempi. Per fortuna, ha ragione Francesco Merlo (su Repubblica di ieri), "sulle nostre spiagge la donna del cardinale, però, non esiste".

5.8.04
 
Ferragosto a Baghdad

Pino Scaccia è stato inviato dalla Rai a fare il suo mestiere in Iraq per tutto questo fesso mese di agosto. Da laggiù aggiorna il suo blog e dice che "si sta peggio perché si sta quasi soli" (le guerre non vanno in ferie ma gli spettatori dei media occidentali evidentemente si) e perché gli tocca scrivere al computer "illuminando la tastiera con una candela".

4.8.04
 
Addio alle armi

Ormai è ufficiale: dal prossimo anno il servizio militare di leva non esisterà più. Il sottoscritto, qui, ci sperava da tempo. L'epica della coscrizione e della vita in caserma non ha mai attecchito, e nella società italiana era già scomparsa da un pezzo: ormai la naja (ma qualcuno ancora la chiamava così?) era più una faccenda di rinvii che di partenze, più un'alternativa per sfigati che un solenne passaggio generazionale. L'arte dello svicolare era già diffusissima. Lo Stato preferisce lasciarci liberi e non disturbarci, simulare la nostra indipendenza magari con la scusa di non sottrarre tempo ai giovani, già impegnati a divincolarsi nella ricerca di lavori precari, a tempo, interinali e cococò. D'altronde l'arte del rinvio l'abbiamo ormai interiorizzata in tutti i campi dell'esistenza, della fatidica scomparsa della "cartolina militare" nemmeno ce ne accorgeremo. Per le guerre in aumento, invece, basteranno i professionisti delle armi, se statali o privati farà sempre meno differenza. Da parte mia, pur felice della leva scampata, senza nostalgie per gli scherzi da camerata, mi sento comunque in credito di qualcosa. Per dire: lo Stato ha risparmiato a noi giovani dieci lugubri mesi di caserma, e ci fa piacere. Nel frattempo ci ha regalao una cinquantina di nuove tipologie di lavoro precari, flessibili e tutti micidialmente insicuri. E ci ha risparmiato il vecchio e demodé diritto alla pensione (fresco esempio di riforma governativa: un lavoratore flessibile che riesca a collezionare 35 anni di contributi - non si sa come - prenderà alla fine una pensione pari al 29% dell'ultimo stipendio). Insomma, va a sapere perché, ma io invece di gioire come dovrei per qualche mancato gavettone avverto una strana sensazione di spaesamento. Di notte, nel mio comodo letto di casa (non una gelida brandina di caserma, meno male) faccio brutti sogni: vedo buona parte dell'attuale spensierata gioventù ritrovarsi vecchia e in stato di indigenza, che non sanno dove andare a dormire, a curarsi, a mangiare. Un giorno lo assegneranno ai vecchi il buon vecchio rancio dell'esercito? Per fortuna mi risveglio.

3.8.04
 
Torno subito

Alberto, sul blog grande cocomero: "Il tempo che i tecnici della Telecom finiscono di smontare il palco di Simon & Garfunkel e vengono a casa mia a ripararmi il telefono".

2.8.04
 
Ponte sulle acque tumultuose

Ecco, forse dovrei dire che anche io in mezzo alle centinaia di migliaia di persone mi sono sentito abbastanza groovy, sabato sera. Simon & Garfunkel parevano due puntini lontani sotto un Colosseo maestoso e una luna enorme, un’emozione sfuocata, ma per loro bastava il riflesso dei maxischermi e la musica che arrivava lontano. Quelli dell’organizzazione sono riusciti a trovare due bei miti sopravvissuti, che forse non si parlano nemmeno più (ma in fondo per suonare insieme quando pagano bene mica serve parlarsi?), due con le loro stesse canzoni di trent’anni fa e inevitabili rughe, ma con una miracolosa resistenza al passare del tempo, due cantori a cui oggi volentieri aggrapparsi. «I got no deeds to no, no promises to keep», non ho cose grandi da fare, promesse da mantenere, «life, i love you, all is groovy!». Ma il senso delle cose e della storia in fondo lo si cerca disperatamente, e non importa da dove lo si prende, se dalla vita, dai libri, dai supermercati o da una canzone. Attorno a me ragazzini, turisti, coppie di mezza età, di cui osservavo accenti e abbigliamenti. Come in "America", ad immaginare le vite degli altri casuali compagni di viaggio, e chiedersi cosa stiano tutti venendo a cercare. Forse l’America, «we have all come to look for America», forse il luogo della nostra irrequietezza. Sono stati bellissimi attimi durati qualche ora, pieni di gente solitaria che si scioglieva nella folla, me compreso. E mi sono ricordato dell’old friend perduto che anni fa mi aveva parlato di Dustin Hoffman e del "Laureato", di quel film che ci fa diffidare degli adulti, e mi aveva consigliato quelle canzoni. «Long ago it must be, I have a photograph, preserve your memories, they’re all that’s left you», deve essere stato molto tempo fa, ho una fotografia, preserva le tue memorie, è tutto quello che ti resta. Insomma, è vero che il 'colossale' concerto di sabato è stato qualcosa di cui diffidare e di cui farsi ammaliare, allo stesso tempo. «Non c'entra con la nostalgia del passato, semmai con la nostalgia del futuro, di quando c'era un futuro», scrive Curzio Maltese su Repubblica. E così provare a capire cosa c’entravamo noi, che abbiamo forse poco più di vent’anni e nessun sessantotto e molte incertezze. Noi che siamo timorosi della nostra identità ma ancora cerchiamo le parole giuste, come quando Simon & Garfunkel cantano il suono del silenzio contro il Dio al neon degli adulti. Noi che non siamo giovani che vogliono invecchiare, e tantomeno vecchi che vogliono ringiovanire. «Just kickin’the cobblestones, lookin’for fun and feelin’groovy», solo prendendo a calci due pietre, cercando di divertirsi e sentendosi bene. Tenendoci alla larga da rimpianti pericolosi e nostalgie patetiche, è il caso di aggiungere. Sarà vero che c’era molta demagogia e poca sincerità, che loro lo hanno fatto per soldi e accordandosi tra avvocati. Chissà. Noi però ci siamo sentiti per una sera «the bridge over troubled waters», come il ponte sulle acque tumultuose.