LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio
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10.11.09
Finché l'Emilia va Ieri sera non essendo a Berlino me ne sono andato alla "casa del popolo" di Torpignattara. L'occasione è stata la presentazione di un documentario realizzato da miei amici, "Finchè l'Emilia va" era il titolo: ovvero un viaggio alla scoperta di quello che è rimasto dell'Emilia rossa. La mitica Emilia Rossa, su cui Togliatti calò il cappello del Pci fin dal 1946, ma anche l'Emilia bianca, con certe bellissime vite e spericolate opere di fede come quella di don Dossetti. Il fatto è che in questo favoloso seminterrato che era la casa del popolo sulla Prenestina, dove le cucine del proletariato assediate dai vicini fast food cinesi e market pakistani ancora sfornano una squisita pasta e fagioli, in realtà una sezione di Rifondazione Comunista che del vecchio Pci ha ereditato gli arredi, e ormai forse giusto quelli, insomma proprio lì sembrava di essere catapultati nel pieno Novecento, o perlomeno nel suo sussidiario, nella ricostruzione di un segmento di mondo da Pci dei Settanta sicuramente lodevole, finanche vintage (a me ricordava una vecchia scena di "Teledurruti" con lo scrittore Fulvio Abbate e il mio professore di storia all'università Dario Evola, andata in onda anni fa su una tv locale romana). Simboli stantii, ma forse ancora capaci di illuminare e scaldare qualcuno, in una sera fredda d'inverno reazionario. Dicevamo però del documentario sull'Emilia Rossa, un posto dove a voler credere alla mitologia il cibo è ottimo, il socialismo è reale, l'economia è dinamica e il grado di civiltà è parecchio superiore al resto d'Italia. Pure se ora la crisi bussa alla porta, il cappello delle ideologie s'è sfaldato, la Lega prende il 12%, nessuna astonave da 300 punti di Space Invaders è ancora sbarcata. Vai a sapere se l'Emilia rossa ormai sbiadita ha ancora qualcosa da dare. Il viaggio parte da Cavriago, nel paese dove - come cantano gli Offlaga Disco Pax - "è nata Orietta Berti e c'è Piazza Lenin, ed in mezzo un busto di Lenin, se uno ci pensa non ci può credere", e girato l'angolo "la grande banca non più locale con sede in Via Rivoluzione d'Ottobre". Mi colpisce vedere Max, il cantate degli Offlaga, visibilmente commosso, ancora turbato nel rievocare la Bolognina e la fine del Pci e il crollo di un mondo, l'ammainarsi di quella bandiera "che ancora Occhetto due anni prima ci diceva che non avrebbe mai cambiato colore", quasi rabbioso nel riannodare i fili del passato per decifrare un presente senza senso. Mi colpisce anche vedere Orietta Berti - sì, la cantante Orietta Berti - ricordare la sua infanzia tra le feste dell'Unità a cucinare lo gnocco fritto e le processioni della Madonna a lanciare petali di rosa. Mi viene in mente l'aneddoto raccontato da Francesco Cundari nel suo libro "Comunisti immaginari", quando nei primi anni Settanta, di fronte alla congrega rivoluzionaria di giovani comunisti, radunata al piano nobile di Botteghe Oscure, Luigi Longo chiese: "Compagni, vi piace Orietta Berti?". Tutti ammutolirono di colpo. E il compagno segretario Longo cominciò a battere il ritmo e a cantare "Finché la barca va/ lasciala andare/ finché la barca va/ tu non pensare...". Brutto segno: non Longo che canticchiava, ma i virgulti della Fgci muti lì davanti. Era una lezione politica, quella, non karaoke con decenni di anticipo: se sai tutto di Ho Chi Min e niente di cosa frulla nella testa del vicino di pianerottolo, che rivoluzione vuoi fare? 9.11.09
Riprendere Berlino Alla Siegessäule, sulla Colonna della Vittoria, ci deve essere ancora un angelo di Wenders che osserva dall'alto, immagino sorridendo. Lo stesso che un quarto di secolo fa seguiva quell'uomo anziano che cercava la Potsdamer Platz ma al suo posto trovava il vuoto, uno spiazzo di erbacce e terra battuta, una specie di terra di nessuno e il Muro di Berlino coperto di graffiti. Lo stesso che incrociò Marion, la trapezista che ballava da sola ascoltando la musica di Nick Cave, e camminava per la città grigia pensando che "in ogni caso non ci si può perdere, alla fine si arriva sempre al Muro". Forse, anche se non sembra, i confini tra gli angeli che sanno ancora amare e coloro sulla terra che non disdegnano di volare, sono ancora simili da tracciare. Il Muro era lungo poco più di centocinquanta chilometri, oggi a Berlino ne rimangono poche centinaia di metri, conservati come un monumento. Senza i graffiti di Keith Haring e delle altre migliaia di artisti veri o presunti che ci si sono allenati sopra, si mostra per quello che era veramente: un pezzo di cemento armato, squallidamente grigio, alto meno di tre metri, al di sopra del quale si vedono i palazzi che stanno sul lato opposto della via. Ci sono storie di gente schedata, punita, uccisa nel tentativo di scavalcarlo, colpevole di voler fuggire dall'altra parte, sempre da Est verso Ovest, anche solo di buttare uno sguardo di troppo. Ci sono le storie di chi ce l'ha fatta, scavando tunnel per mesi come in un sogno folle, approfittando di attimi di distrazione, agganciando dei bambini a una carrucola, nascondendo una ragazza in minigonna nella valigia, montando una mongolfiera di stracci. Per me, che nel 1989 ero un bambino, il Muro non è un ricordo, non è nemmeno una cosa davvero comprensibile, immaginare cosa volesse dire costeggiare quel pezzo di cemento, fare i conti con due mondi complementari, l'uno si specchiava nell'altro, l'uno esisteva per ribattere all'altro. Leggo il reportage a fumetti di Patrick Chappatte, su Internazionale: "Non riuscirò mai a spiegare il Muro ai miei figli, perché non mi crederanno. E faranno bene. Qui la realtà - ciò con cui viviamo, a cui ci abituiamo - era demenziale. Strade, binari, marciapiedi tagliati di netto. E poi strane visioni: dall'altra parte del Muro, alcuni cani legati con dei cavi". Per fortuna mi passano sotto gli occhi piccole immagini, pezzi di racconti che leggo qua e là, senza averli mai vissuti. Le stazioni fantasma che la metropolitana dell'Ovest attraversava senza fermarsi, lugubri bagliori illuminavano le guardie di regime, i Vopos. I marines americani che sembravano comparse di un film. La parola globalizzazione che non era ancora stata inventata. I mezzogiorno a pranzo in un ristorante, cibo povero servito in stoviglie inutilmente sfarzose, "nel tavolo a fianco gli ufficiali sovietici stappavano champagne, e l'apparizione di Marlene Dietrich non mi avrebbe stupito". I camerieri del Reichstag che ostentavano i piatti sontuosi apposta per farsi vedere dalle torrette di guardia. I palazzoni ciechi costruiti dai comunisti per nascondere la vista di un cartellone luminoso che diffondeva propaganda occidentale. Il concerto di David Bowie con gli altoparlanti girati verso l'altro lato del muro. Il risentimento verso quella "nostra sinistra, che per quarant'anni non ha mai capito niente, o ci ha mentito su tutto". Il diario di una madre, nella citta d'Est, che all'improvviso comincia a essere scritto con la penna rossa, con le lettere grandi e sottolineate, e i punti esclamativi. Come sempre succede con la storia, non ci sono quasi mai decisioni solenni e prodezze eroiche. Ci sono traduzioni sbagliate, guardie di confine confuse, desiderio di vivere meglio. Quel 1989, poi, a rileggerlo oggi fu un anno di miracoli. La ribellione cinese dei ragazzi, Zhao il segretario generale che esce di notte dalla Città Proibita per scusarsi con loro piangendo, il sangue su piazza Tienanmen e i motori dei carrarmati, lo sgretolamento dei paesi sovietici dell'Est, le rivoluzioni di velluto, il Cremlino, Gorbaciov, papa Wojtyla, la Perestroika, l'utopia di una bandiera trasformata in muro di galera, poi nel giro di poco ridotta a souvenir da bancarella, i baffuti polacchi, i giganti dai piedi d'argilla, la guerra fredda che finisce senza scaldarsi, le cortine di ferro che si dissolvono, il Game Boy della Nintendo nei negozi, le chiacchiere vane sulla "fine della storia", la preoccupazione di chi già intuiva che cosa avrebbe fatto irruzione da quella breccia, e della nuova storia che sarebbe ripartita. "Il passato è afflosciato, il presente è un mercato" cantavano i CSI. Tanti muri resistono ancora nel mondo, ma sono periferici, o alzati proprio da noi. La storia che ha cambiato il mondo dov'è? La verità è che avrei bisogno di un muro più tangibile, un vero muro di cemento, avrei bisogno di qualche confine chiaro, autentico, per sentirmi vivo. Per non perdere il senso di parole come "libertà", parole come "memoria". Prima o poi dovrò fare un viaggio a Berlino. Miei amici che ci sono stati mi raccontano che puoi camminare per giorni, a Berlino, anche di notte, senza vedere un poliziotto, ma solo ragazze in bicicletta che pedalano con l'iPod nelle orecchie.
8.11.09
Patrie galere Forse non è questo il momento adatto per ragionare sulla vita carceraria e sulla funzione educativa, oltre che punitiva, che la detenzione dovrebbe avere. In questi giorni una catena di episodi normalmente infami, ma imprevedibilmente documentati. Il giovane Cucchi, arrestato ai giardinetti perché aveva in tasca una modica quantità di droga e restituito alla famiglia cadavere senza aver potuto parlare con un avvocato. I referti polizieschi che dicono che Cucchi caduto dalle scale. Il colonnello che avverte che una camera di sicurezza non è un albergo a cinque stelle. L'ufficiale che spiega che il massacro va eseguito al piano di sotto se no il negro lo vede. Il sindacalista che spiega che tecnicamente massacro vuol dire richiamo verbale. Poi una donna le cui richieste di soccorso psicologico non sono state ascoltate, che muore impiccata col lenzuolo in una cella, e per grave che sia quello che ha fatto e i reati che ha commesso, comunque è così che ci accorgiamo di quanto profondo sia il baratro che divide quelli che stanno dentro da quelli che stanno fuori. Un mondo a parte che tendiamo a ignorare nella convinzione consolatoria che chi ci abita se l'è meritato, come si è meritata è la nostra indifferenza. Nessuno creda di tirarsi fuori. Semmai si legga l'articolo di Adriano Sofri, già abitante di carceri italiane, su Repubblica. "Per conoscere un paese, vai a guardare le sue galere. Bella frase, eh? Lo ripetono in tanti, non ci crede quasi nessuno. Le galere sono inguardabili, per definizione. Vi si compiono pratiche di cui non vogliamo sapere niente, nella realtà: nei film invece ci piace moltissimo". 7.11.09
Dieci domande Comunque mi pare molto istruttivo che Berlusconi alla fine, con comodo, sei mesi dopo, abbia deciso di rispondere alle famose dieci domande di Repubblica, e lo ha fatto attraverso il libro di Bruno Vespa, strombazzato a destra e a manca in ogniddove, e naturalmente pubblicato dalla Mondadori, casa editrice di sua proprietà, cosicché il ricavo dalle sue dieci rispostine arriverà direttamente sul suo conto corrente di Segrate. Ormai neanche ci prova più a dissimulare, a smussare gli angoli, a mettere un bel vestitino alle cose brutte. Il tutto senza dover mai affrontare il fastidio di un contraddittorio con qualcuno che gli faccia non dico dieci ma una sola domanda di troppo. 6.11.09
A ognuno la sua croce Vorrei mettere a verbale che se oggi, di punto in bianco, dovessi fondare una nazione, ecco, io i crocifissi nelle scuole, e nei tribunali, e negli uffici del catasto, e nelle aule dei consigli comunali, non ce li metterei. E mi sembrerebbe una cosa ragionevole, ponderata, quasi ovvia. Come sicuramente deve essere la sentenza della corte europea di Strarburgo, mi fido. Per esempio quando andavo a scuola il crocifisso non ce l'avevo appeso in classe. A un certo punto si era rotto, sta di fatto che non c'erano i soldi per ricomprarlo (non c'erano i soldi, e da quel che so ancora non si trovano, nemmeno per costruirci una succursale di liceo decente, figuriamoci) e comunque nessuno ci aveva fatto caso. Adesso non so come sarà l'aria nelle classi, andiamo avanti così e prima o poi il ministro dell'Istruzione si impunterà e comprerà uno stock di sacri pezzetti di legno a basso prezzo per tutte le scuole del regno. Ma non esistono nazioni da fondare di punto in bianco, non esistono nemmeno pareti immacolate ma pareti dove il crocifisso c'è già, e consuetudini e prevaricazioni mai facili da smontare. Bisognerebbe sapere, e insegnare forse ai bambini, che non bisogna accontentarsi di avere paura dei simboli, dei sentimenti, delle cose, piuttosto si deve fare di tutto per evitare la sciatteria della loro espressione, la banalità della loro riduzione a immaginette preconfezionate e banali, senza sapere nemmeno cos'è un simbolo, come quelli che poi alla fine vanno a sposarsi in chiesa solo perché gli piace l'abito bianco e la musica dell'organo. Uno Stato che vorrebbe dirsi laico non dovrebbe esporre un simbolo religioso cos imgombrante nei suoi uffici pubblici, sennò sarebbe uno Stato confessionale, e allo stesso tempo uno Stato laico che lo fosse davvero potrebbe pensare che un simbolo così appeso per abitudine su qualche sua parete può essere anche un ingombro trascurabile. Forse non c'entra molto, ma a me lasciano poi un po' perplesso anche tutte le iniziative a favore dello "sbattezzo", mi sembrano finiscano per dare troppa importanza e troppo vittimismo al proprio rapporto con le chiese. Non è una cosa da grandi, né essere battezzati né affannarsi a sbattezzarsi, in buona parte dei casi. L'eventuale emancipazione dalle fedi e dalle superstizioni si persegue emancipandosene. Carte da bollo e sentenze, per quanto illuminate, servono a poco. Per questo bisognerebbe leggersi il post di Leonardo, quello con Gesù Cristo in persona nei corridoi di una scuola media, croce e delizia si chiama. 5.11.09
L'università truccata C'è una strage quotidiana di esperienze e di speranze che avviene ogni giorno nell'università italiana, e si confonde sotto le mille grida di allarme lanciate da più parti, spesso in maniera interessata. Ho letto ultimamente il libro "L'università truccata", scritto da Roberto Perotti, già docente alla Columbia University di New York, oggi alla Bocconi di Milano, raro esempio di "ritorno dei cervelli". Il libro è un vero atto d'accusa all'università italiana. Dall'interno. Pagina dopo pagina leggiamo nomi e cognomi. Una tabella a pagina 22 ricostruisce il sistema di parentela che domina la facoltà di economia dell'Università di Bari come pure quelle di Medicina e Chirurgia di Bari e della Sapienza di Roma. Nella prima università della Capitale - molto prodiga, tra l'altro, per dare parola a dittatori nordafricani e zittire i suoi studenti - l'attuale Rettore, Luigi Frati, ha due figli e una moglie trasferiti a insegnare nella sua stessa Facoltà, cioè Medicina dove era preside. E si racconta che una volta usò l'aula grande del suo istituto per la festa di nozze di sua figlia con ben duecento invitati. Una tabella fittissima di ben cinque pagine illustra il meccanismo dei "concorsi dei rampolli". Le regole della parentela erano elementari nelle popolazioni primitive studiate dal grande antropologo Claude Levi-Strauss. Lo sono anche nelle tribù accademiche italiane. Qui basta un padre Magnifico Rettore a determinare l'irresistibile entrata dei membri della sua famiglia nell'università che governa e nel suo stesso dipartimento. Naturalmente il problema non è la consanguineità dei professori ma il blocco degli studi e la penalizzazione dei giovani migliori che la logica mafiosa dominante nei concorsi ha prodotto, con la scomparsa tendenziale delle università italiane dalla parte alta della comunità scientifica internazionale. Nonostante gli ipocriti bla bla a favore della ricerca. Dietro c'è sempre il solito sistema gerontocratico all'italiana, dove vecchi signori arroganti comandano nelle accadamie come nelle professioni o nella politica. Uomini stanchi e spesso inaciditi hanno messo in piedi un efficientissimo sistema autoreferenziale di umiliazione delle reclute, di emarginazione dei pivelli che non siano disposti alla sottomissione culturale e ideologica, al quotidiano bacio della pantofola. Leggendo le pagine di Perotti, ricche di dati e nomi e circostanze, mi veniva da pensare che avrebbero dovuto suscitare un'ondata di polemiche, rivolte studentesche, interrogazioni parlamentari, querele giudiziarie, proteste di associazioni e sindacati, dignità offese. Invece non è successo niente. La stessa sensazione di quando guardo uno di quei pochi programmi di inchiesta superstiti in tv, tipo "Report", e ciò che mi lascia desolato ormai non è tanto il contenuto dell'inchiesta quanto il fatto che poi la mattina dopo non ne parla nessuno. In questo caso le toghe infangate e svergognate hanno continuato a coprire magnificenze fasulle abbarbicate a cattedre e rettorati. Pensare che il libro usciva nelle stesse settimane delle vibranti proteste studentesche dell'autunno scorso, quelle denominate dell'Onda. A volte quegli stessi baroni e rettori erano compagni di protesta con gli studenti e le famiglie che - pure giustamente - protestavano. Anzi lo sforzo di certi studenti in agitazione per coinvolgere i docenti e riceverne pacche sulle spalle aveva del patetico. Il libro chiarisce splendidamente due questioni. Uno: il male che si pensa dell'università italiana è del tutto sottostimato. Due: le soluzioni proposte da quasi tutte le parti in causa (partiti compresi, sinistra in pole position) sono nel migliore dei casi un brodino, nel peggiore una sciagura. Poi Perotti da anche una sua soluzione, persino egregia, credibile, riformista. Mi ha colpito, in particolare, un concetto di ben più generale applicazione. E cioè che in Italia le reazioni istintive di fronte a un sistema che va male consistono sempre negli stessi tre rimedi: introdurre ulteriori norme e regole; richiedere l'intervento della magistratura; esortare a un comportamento più responsabile. Ma niente di tutto questo ha mai sortito alcun serio effetto. Il proliferare di norme e leggine crea solo ulteriori scorciatoie e spazi di evasione. La magistratura interviene coi suoi tempi lunghi, ma può farlo solo sulle leggi violate e non sulla morale del sistema. Gli appelli al civismo lasciano il tempo che trovano, non servono coi corrotti ma nemmeno con quelli potenzialmente onesti che operano loro malgrado in un sistema perverso. Il problema di fondo è uno solo: la mancanza di incentivi e disincentivi appropriati. Premiare chi ha successo, far pagare chi fallisce. I buoni risultati non si legiferano né si comprano: si possono solo creare le condizioni perché accadano. Viene in mente, sennò, quella frase recentemente intravista sui muri di un'università: "A causa dei recenti tagli al budget, la luce in fondo al tunnel è stata spenta".
4.11.09
Sull'opinione pubblica Joseph Pulitzer (si, quello del premio) in suo saggio "Sul giornalismo", appena ripubblicato in Italia. "La domanda se l'opinione pubblica, indipendentemente dalla sua composizione e dal suo orientamento, sia sempre da rispettare e obbedire non può che ammettere un'unica ragionevole risposta. La teoria secondo la quale «la voce del popolo è la voce di Dio» può essere accettata soltanto con forti riserve, poiché la pubblica opinione è un'entità variabile, che spesso, come afferma Jefferson, «cambia alla velocità del pensiero», e che dunque non può aver sempre ragione. Era forse «la voce del popolo, voce di Dio» a sostenere la schiavitù umana in una Repubblica votata alla libertà? È lampante che spesso il sommo dovere della stampa è contrastare l'opinione pubblica. James Bryce ha veridicamente affermato che «le democrazie avranno sempre demagoghi pronti ad alimentare le vanità, a solleticare le passioni e a enfatizzare i sentimenti del momento. Ciò di cui hanno bisogno sono uomini capaci di nuotare controcorrente, di denunciare gli errori commessi, di insistere con maggior forza su un problema quanto più risulta sgradito»". 3.11.09
Memorie corsare Ogni tanto a tarda sera, su vari canali, ritrasmettono spezzoni del Pasolini televisivo. Ci sono pezzi d'autore, materiali, frammenti, spezzoni di interviste, parole corsare e così via, ed è un piccolo tesoro. Da queste commemorazioni, fatte ormai a decenni di distanza dai tempi in cui quelle parole corsare furono dette, col coraggio dello scandalo e con lo sguardo mai abbassato, emerge ancora un colosso che ci fa pensare e quasi ci zittisce. Come artista, come intellettuale, come persona politica. L'altra sera, per esempio, rivedevo la famosa intervista di Enzo Biagi a Pasolini, un bianco e nero del 1971, uno studio pieno di gente e i due a confronto. Niente male davvero. Biagi chiedeva lumi, alla sua maniera, tentando di portare Pasolini su percorsi riconoscibili: "Nel Vangelo trova consolazione?". E quel giovane bruno e nervoso sulla sedia di fronte si agitava, cercava il tono giusto e poi diceva che no, nel Vangelo c’è tutto ma non la consolazione. "Ma lei intende il Vangelo di Cristo?" chiedeva poi Pasolini, per poi deludere la speranza appena riaccesa: "No, allora proprio no, nessuna consolazione". Oltre trent'anni (34, per la precisione, ieri) passati da quella notte in cui uno così venne tolto di mezzo per sempre. Ed è utilissimo rivedere oggi quegli squarci d'orizzonte contenuti nelle ultime interviste di PPP, oltre trent'anni fa appunto, con l'incubo della tv futura al centro di osservazioni che erano molto di più che profezie. Quelle piazze dove "se guardi dall'alto ogni ragazzo è uguale all'altro". Quella scatola elettronica imbonitrice, "dove non è ammesso dire una sola parola di scandalo". Viene in mente che fu lui a teorizzare per primo la rivoluzione antropologica degli italiani, il crollo e l'impazzimento delle vecchie identità, la nuova egemonia del consumo e del denaro. E viene in mente pure che chissà dove oggi un occhio ardito e poetico potrebbe posarsi, nella speranza (vana?) di rivedere le vecchie lucciole. O forse è già troppo tardi, mentre tutti girano attorno a rumorosi dibattiti sulla politica, sulla tivù, sul sesso, sull'uovo o sulla gallina. 2.11.09
Né santi né morti Giorni di santi e di morti, di ore di luce che si accorciano, di pensieri che provano ad allungarsi oltre il confine della vita in cerca di spiegazioni, e che tornano indietro a mani vuote, respinti dal silenzio. Mi attardo a leggere qualche epitaffio, oppure più semplicemente prendo anche nella camminata un ritmo un po più lento, il ritmo del perdente. Mi piacciono i cimiteri, e non c'è nulla di macabro: sono posti, a loro modo pieni di vita, e ci raccontano dei vivi allo stesso modo in cui ci parlano dei morti, che occhieggiano dalle fotografie disseminate tra le lapidi, o dalle statue spesso a forma di angelo, in mezzo ai fiori e ai mille piccoli oggetti che gli ancora vivi depositano sulle tombe. Dopo il tramonto, da lontano, vedo soltanto una festa, decine e decine di luminarie, potrebbe essere Natale o qualcosa di simile, è tutto acceso. Poi capisco che è l'ossario. Al confronto, i loculi dei singoli sembrano trascurati. Passa il tempo e le parentele si affievoliscono. Nell'ossario, lassù sulla collina, sono sepolte perfino persone morte nell'Ottocento. La manutenzione e le lucette dell'ossario sono affare pubblico. Dentro al Verano, che è il cimitero più grande di Roma, in realtà è facile perdersi. Non ci sono cartelli, neanche per indicare l'uscita. E poi è un posto enorme: ci sono viali, piazze, portici, tombe grandi come villette dei Parioli. Ci passano perfino le macchine e qualche piccolo autobus. Ci sono camposanti che sembrano metropoli di diversa densità energetica, e camposanti che paiono lembi di pace e malinconia ritagliati nella confusione. Per esempio, sempre qui a Roma, il piccolo cimitero acattolico a Testaccio, accucciato dietro la vecchia Piramide come un giardino segreto. Poco o nulla di monumentale o di retorico. La vegetazione avanza lentamente tra i marmi delle tombe, tra Shelley e Gramsci e qualche gatto. Tutto si confonde, dal grande al piccolo, dalle erbette agli alberi. E tutto muta raccontando, con il passaggio delle stagioni, la storia della caducità. Il poeta Keats, prima di morire, saputo dove sarebbe stato sepolto, si era rallegrato: "Già sento i fiori che mi crescono sopra". Mi fermo a pensare, o solo a stare in silenzio. Certo, ha ragione lui, "alla fine è tanto più facile vivere la vita degli altri – e anche la morte". Ripenso a quella donna di mezza età, che incontro quelle volte in cui, quasi di soppiatto, faccio un giro tra le tombe al mio paese. Lo sguardo dritto, in una mano la borsa e nell'altra dei fiori. Costeggia il muro, sale le scale, entra nel piccolo cimitero e scompare all'interno. Va a trovare il figlio, morto ai tempi della scuola. A volte capita che la sfioro e vorrei dirle qualcosa, "ono l'amico di tuo figlio, il suo compagno di banco, sono io". Ma non lo faccio, e lei si allontana spedita, lo sguardo sereno di una madre che va a trovare un figlio che l'aspetta. Me ne vado e lei è ancora lì che gli sta parlando. Sappiamo che tutto finisce così e dargli un senso è impossibile. Abbiamo bisogno di un trauma per capirlo? Forse si. Perché se passiamo tutto il tuo tempo a bere e mangiare, farci il nodo della cravatta, spacchettare, aspettare persone e aerei, quand'è che ci fermiamo per ammetterlo? Osservo le statue dei santi. Fanno proprio pensare a quelle pause brevi ma eterne che passiamo in attesa del transito di un treno, fermi accanto alla croce, con un po' di sole in faccia e tutto che pare immobile. Siamo fermi su un limite, nell'attesa di andare oltre, e la mente si rilassa in pensieri vaghi e inutili. Poi passa il treno, il mondo ricomincia, tutti si rimettono in marcia, gli sportelli si aprono, e pure il giorno dei morti è finito.
1.11.09
E' cos'e niente Roberto Saviano, oggi su Repubblica, a proposito dell'indifferenza. "Vengono in mente le parole di un monologo capolavoro di Eduardo De Filippo, recitato in uno sceneggiato televisivo, "Peppino Girella", del 1963. La moglie di Andrea, il personaggio interpretato da Eduardo, risponde dinanzi ad ogni tragedia: "È cos'e nient" - è cosa da niente. È la voce classica di Napoli, di quel buon senso che fa accettare tutto e che è la forma di massima difesa e indolenza verso qualsiasi cambiamento. "Che vuoi fare: è cos'e nient", dice la moglie. E Eduardo risponde: "Pure questa è cos'e nient. È sempre cos'e nient. Tutte le situazioni le abbiamo sempre così risolte. È cos'e nient. Non teniamo che mangiare: è cos'e nient. Ci manca il necessario: è cos'e nient. Il padrone muore e io perdo il posto: è cos'e nient. Ci negano il diritto della vita: è cos'e nient'. Ci tolgono l'aria: è cos'è nient, che vvuò fa. Sempre cos'e nient. Quanto sei bella. Quanto eri bella. E guarda a me, guarda cosa sono diventato. A furia di dire è cos'e nient siamo diventati cos'e nient io e te. Chi ruba lavoro è come se rubasse danaro. Ma se onestamente non si può vivere, dimmi, dimmi "vabbuò è cos'e nient. Non piangere è cos'e niente. Se io esco e uccido a qualcuno è cos'e nient. E se io impazzisco e finisco al manicomio e ti chiedono perché vostro marito è impazzito tu devi dire: è impazzito per niente. È cos'e nient. È niente"". | |||