LUDIK all'incirca un blog di Luca Di Ciaccio   

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2.12.09
 
God save the Cav.

L’episodio non sarà dei più importanti ma rivela forse qualcosa dello stato mentale del Paese. Dunque, l’edizione italiana della rivista Rolling Stone ha dedicato il riconoscimento di "rockstar dell’anno" a Silvio Berlusconi, con tanto di copertina disegnata da Shepard Farey, quello del poster "Change" per Obama. Berlusconi è raffigurato con una specie di ghigno sul volto mentre strappa in due una bandiera italiana sulla quale è scritto il suo nome, sullo sfondo di un’altra bandiera italiana. Una provocazione? Mah. Un diversivo grottesco? Bah. A me viene in mente quel saggio dello scrittore americano David Foster Wallace, un saggio che parla del rapporto tra la televisione e gli scrittori americani contemporanei, nel quale Wallace sostiene che il post-modernismo, con il suo ricorso all’ironia disincantata nel descrivere il mondo, abbia dato vita a una generazione di autori che non dicono più nulla "sul serio". Ora io non ricordo di preciso da quando Rolling Stone Italia si sia messa a distribuire il titolo di "rockstar dell’anno". L’anno scorso era toccato a Roberto Saviano, per dire. Anche lì fece uno strano effetto. Ecco, io ogni volta che leggo Saviano su qualche giornale o lo vedo in tv penso che lui sia davvero quanto di più lontano da una sensibilità post-moderna e disincantata ci possa essere. Lo vedo e trovo quasi straniante questo mio coetaneo che nemmeno per un secondo sembra mai cedere alla tentazione di fare la battuta, minimizzare, accennare un commento cinico. Questo basterebbe, ai miei occhi, per renderlo un eroe quasi più che il suo sfrontato impegno contro le mafie. Il fatto – come è stato scritto – è che una copertina con la faccia di Saviano e sotto la scritta "rockstar" stride come unghie sulla lavagna, perché preleva di peso una persona da dove si trova e la cala più o meno nel contesto in cui amano collocarlo i suoi detrattori: "uno che fa spettacolo". Però io sono il primo a essere postmoderno pure quando non dovrei, e quindi la copertinà, lì per lì, mi era piaciuta. E comunque, quest’anno hanno deciso che toccava a Berlusconi. Anzi, a Silvio dovrei dire. Non so se qualcuno lo ha notato: ultimamente hanno preso tutti a chiamarlo per nome, soprattutto i suoi afictionados. Sui titoli stampatelli a otto colonne dei giornali di destra è tutto un "dice Silvio", "vai Silvio", "i giudici contro Silvio" eccetera. A me, più che le rockstar, questa ridicola usanza mi ricorda i tronisti di "Uomini e donne", ma lasciamo perdere. Pure io – solito coglione postmoderno? – quando l’ho vista in edicola ho pensato: wow, figo, e l’ho comprata. Ma la copertina di "Silvio Rockstar", in un batter di ciglia finte, ha conquistato i quotidiani detrorsi più panciuti e il tiggì più zeru tituli di tutti, rivoltato in guisa di pedalino, con una singola frase estrapolata e messa a dimostrare il contrario di tutto. E si, ha commentanto Fabio De Luca che a Rs ci lavora, che "da antico fan di Burroughs, Dedbord e – again – Bill Drummond, lo sapevi che quei cattivacci-acci del mondo reale lì fuori sono soliti prendere, tagliare, cambiare di senso e riconfezionare con molta più libertà e disinibizione di te, ça va sans dire, ma pure di qualsiasi teenager utente di Piratebay". Pure il nostro own private Borat di governo, pare (ma son pettegolezzi sottobanco) già si sia vantato coi ministri suoi di essere "una rockstar"? E, sempre nello stesso batter di ciglia, la trovata rollingstoniana ha provocato brutte reazioni da sinistra: per nulla entusiaste dello scherzo, perplesse e persino gelide. Primo fra tutti il cosiddetto "popolo della Rete" (le virgolette sono due, me fate conto che siano mille), in teoria giovane e consapevole degli spiazzanti codici della comunicazione, che non apprezza o forse non comprende. Alla sede della rivista confermano di ricevere una valanga di mail di insulti: i redattori non paiono preoccupati, sapevano di poterselo aspettare, ma forse anche un poco sorpresi di tanta incomprensione. Chi ha sfruttato chi, alla fine della giornata lavorativa? Innanzitutto non mi aspettavo mica che la parola "rockstar" avesse ancora un certo credito, pure presso gente che pensavo la considerasse un soprammobile. Poi ci sarebbe la questione della "decodifica aberrante", diremmo noi che abbiamo studiato semiotica almeno una volta nella vita e probabilmente senza capirla. La riassume bene un commento di Marco Mancassola sul Manifesto di qualche giorno fa: è possibile che il pubblico, anche quello giovane e di sinistra, non abbia compreso la provocazione, e ciò sarebbe inquietante giacché “in un paese governato nostro malgrado dai codici dello spettacolo, del paradosso, del grottesco, dell'ironia più o meno postmoderna, assistiamo a un’improvvisa caduta nella capacità di comprendere e gestire questi stessi codici". Insomma, "proprio la nazione governata da un clown – si chiede Mancassola – non sarà, per caso, quella incapace di una consapevole risata?". Forse davvero il grottesco caratterizza i nostri tempi, ed è quello che ci fotte. E questi al governo magari hanno altro di cui impensierirsi, mentre stanno rivoltando l’Italia e pulendosi il culo con la Costituzione. Comunque io mica mi sono fermato alla copertina, ho letto gli articoli all’interno, assolutamente ironici, cazzeggioni, allarmati, tutt’altro che inneggianti. Il migliore era quello che, già nelle prime dieci righe, ricordava: "Con Berlusconi in circolazione, tutto può mancare ma non gli argomenti, sui quali ad esempio trasformare un giornale stanco e a corto di sex appeal". Lui naturalmente parlava di Repubblica, si? Proprio vero: God save the Cav. Ma anche: there is no future.

1.12.09
 
Questo pazzo pazzo condom

Uno dice: il preservativo. Specialmente oggi. Specialmente in un Paese come questo dove tanti anni fa si parlava ancora di prevenzione. Appunto, non ci dovrebbero essere equivoci: se ne capisce l'uso e (ma non è scontato) se ne intuisce la necessità. Pure sbagliato, però: con un preservativo si possono fare mille altre cose (anche se tutte, onestamente, meno interessanti della prima). Ne segno alcune da vecchi ritagli o da appositi portali. Per esempio, nel libro "Insurrezione armata" di Aldo Grandi c'è la sorprendente testimonianza di un ex brigatista, Cecco Bellosi, che rivela: "Andai in farmacia per comprare cento preservativi che mi servivano per confezionare altrettante bottiglie molotov per una manifestazione. Facile immaginare i commenti del farmacista". Oggettivamente più difficile capire come funzionasse la cose, forse doveva avere a che fare col collo della bottiglia, l'epica del preservativo molotov. All'Isola dei Famosi un concorrente se li portò per scambiarli con dei viveri. Non pare certo molto minore l'indotto del preservativo rispetto al primario utilizzo. C'è notizia di uno stilista ucraino, Olekys Zalewsky, che l'anno scorso a Kiev ha avuto, diciamo così, una magnifica idea - si capisce, sempre in nome della buona battaglia contro l'Aids - per ben figurare al momento di sfilare: "Più degli abiti proposti, in passerella si fanno notare forse le acconciature di modelle e modelli fatte con preservativi gonfiati e creste di siringhe". E stavolta siamo all'epica del preservativo bigodino. Mentre a Toronto, durante la conferenza internazionale sull'Aids, comparvero degli abiti di stilisti internazionali interamente realizzati con dei preservativi, con grande abbondanza di tasche si suppone. E' con buonissime ragioni allora che "un arzillo ottantenne di Carpenedolo (Brescia), il signor Amatore Bolzoni, è entrato di diritto nel Guinness dei primati grazie a un'insolita collezione che raccoglie oltre 2400 preservativi insoliti", da rari reperti americani dell'Ottocento in budello di pecora a "un profilattico arabo introvabile". Così come benemerita risultò nel 2001 la nascita del Partito Preservativi Gratis da parte del signor e mancato onorevole Giuseppe Cirillo, "che si vanta di essere il massimo consumatore mondiale di preservativi (913 l'anno)", teorico della necessità di usare più di un preservativo insieme, "almeno tre, soprattutto se il rapporto è focoso". Da un punto di vista più politico, egli si segnalò per la volontà di "creare il Ministero per la Disinibizione Sociale. Nel resto d'Europa non rimangono inoperosi. In Croazia, ad esempio, si è disputato a suo tempo un campionato a livello continentale, quello di "velocità d'indossamento dei preservativi". Il vincitore è stato un finlandese che ce l'ha fatta in 4,7 secondi: un vero fulmine. C'è stato un tempo in cui l'oggetto visse in condizioni di latitanza. Nell'Enciclopedia di Polizia del 1952, pregevolissima opera "ad uso dei funzionari e impiegati di Ps, ufficiali e sottufficiali dei Carabinieri" - c'era un chiaro avvertimento rispetto alla perniciosa pubblicità dei preservativi: solo il nome della fabbrica, esclusi il fac-simile della scatola, esposizione in farmacie e negozi, aggettivazioni promiscue sulla qualità del prodotto. Nel 1971, quando fu cancellato dalla Corte Costituzionale, era ancora in vigore l'articolo del Codice penale che vietava la propaganda e l'uso di qualsiasi mezzo contraccettivo, una roba punibile fino a un anno di reclusione. Poi, siccome il mondo avanza e gli ormoni corrono, il povero manufatto cominciò a mettere il capino fuori dal retrobottega. Alla fine degli anni Ottanta, in ben altri tempi, il Giurì della pubblicità bocciò comunque lo slogan, ritenuto troppo audace, "Io ce l'ho sempre Durex". Vari democristiani, tipo la stridula Jervolino, boicottarono spot e pubblicità progresso che raccomandavano l'uso del preservativo ai ragazzi, mentre imperversava il dramma della sieropositività. Durante una riunione a Botteghe Oscure, fu Achille Occhetto in persona a chiedere a quelli dell'Arcigay capitanati da Franco Grillini: "Scusate, ma voi volete battere l'Aids o la Dc?". Ogni tanto si discute sull'opportunità di installare macchine che distribuiscono preservativi pure nelle scuole, e se c'è qualcuno che si chiede "Ma non hanno altri cazzi a cui pensare, a scuola?", qualcun'altro giustamente risponderà: "No, tendono a pensare al loro e a tenerselo sano, mi sembra anche giusto". Molti si lamentano dei costi, effettivamente alti, altri chiedono di abbassare l'Iva sul prodotto. C'è invece chi si precipita verso spericolate innovazioni: se ne vantano centinaia e centinaia, da ogni colore a infiniti sapori, dal verde menta al nero liquirizia al giallo limone, quelli che suonano, quelli alcolici, quelli da strane forme pure antropomorfe, ovviamente di varie misure, si è perfino registrato il trionfale debutto di quello fosforescente, casomai nel dubbio ci fossero difficoltà a individuare l'obiettivo. Anni fa, un candidato veltroniano alle comunali ebbe un'intuizione: allegò un vero condom al suo cartoncino elettorale e lì ci scrisse "Non trombatemi". Tanto si favoleggiò, nell'anno del Giubileo, sul tappetto di preservativi usato raccolto dai netturbini sul pratone di Tor Vergata, la mattina dopo la gigantesca adunata dei Papa Boys. Insomma, come si vede, tra il dire e l'indossare ce ne corre. E pensare che dobbiamo al genio del signor Goodyear (si, proprio quello delle gomme) che scoprì la vulcanizzazione della gomma, l'attuale preservativo, in lattice o in poliuretano, che gli antichi se la cavavano con pelli di animali o con fodere di stoffa. Alla fine viene sempre in mente quel famosissimo spot di vent'anni fa, con l'arcigno professore che trova un preservativo in classe e minaccioso lo innalza davanti agli occhi della scolaresca: "Di chi è questo?". Eh, saperlo.

30.11.09
 
Dubai

"Artificiale". Chi va a Dubai, da occidente come da oriente, emette di solito questo giudizio un po' sprezzante, come se si trovasse di fronte al plastico davanzale di una trans appena rifatta, invece che in mezzo alle involontariamente (ma quanto) ironiche Dubai Silicon Oasis. Poi, va da sé, molti occidentali preferiscono l'oriente autentico e un po' pezzente, paesaggi di incantevole miseria e sublime arretratezza che profumano di passato, i vicoli maleodoranti dell'Egitto, gli affollati suk yemeniti, i mercati siriani in cui acquistare tappeti a basso prezzo dopo rituale contrattazione. Che Dubai fosse simile ad una bolla di sapone era sotto agli occhi di tutti. Ora che rischia seriamente di fare bancarotta, con la holding dell'emirato schiacciata da un debito di 59 miliardi di dollardi, mi viene in mente il bel libro reportage che lo scrittore Walter Siti aveva scritto un annetto fa dopo essere stato laggiù, "Il canto del diavolo". Siti raccontava del Burj al-'Arab, l'arbergo a forma di vela che è il più alto e lussuoso del mondo, il primo a sette stelle, una suite imperiale dal prezzo di diciottomila dollari a notte. E poi dell'ottantotto per cento di abitanti di Dubai che è composto di immigrati poverissimi, al lavoro notte e giorno nei cantieri. "Negli Emirati - scriveva Siti - il telefonino è arrivato prima dell'acqua potabile, l'aereo prima della ferrovia, il computer prima della forchetta". Il principale problema per lui, appena arrivato, era la sua condizione di pedone. Pare che le strade enormi, a sei corsie e scorrimento velocissimo, di Dubai siano impossibili da attraversare, con passaggi pedonali a chilometri di distanza, quasi mai semplici zebre ma complicati serpentoni soprelevati, uno spreco di cemento, "l'idea di fare un giretto a piedi appare una stramba pretesa". Comunque Siti faceva dei discorsi azzeccati sull'occidente e sulla barbarie, sul dispotismo a braccetto col libero mercato, sull'omologazione e sul tramonto di una civiltà che si misura dalla sguaiatezza delle sue imitazioni. Poi concludeva, profetico: "Questo è un Paese di matti, un trucco da illusionisti; qui non ci dovrebbe vivere nessuno, altro che utopia realizzata. E' una nazione che si regge per pura forza di volontà, una "nazione inesistente" nel senso del cavaliere di Calvino. C'è qualcosa di contro-natura in un posto dove l'acqua costa più del petrolio". Il fatto è che ogni volta che c'è un Paradiso Terrestre c'è sempre qualcuno che esagera e arriva una sciagura. E non c'è Torre di Babele che non faccia sempre la stessa fine: crac. Non è una società, piuttosto un gioco di.

29.11.09
 
Tempi duri

Ivan Scalfarotto sul suo blog, a proposito del No-B Day di sabato prossimo, giustificata espressione dello stato d'animo di molti cittadini. "Io il 5 alla manifestazione di Roma, ci andrò. A titolo personalissimo, ma ci andrò. Vivessi a Londra, a Berlino o a New York, a Parigi o a Madrid, non farei la stessa scelta. Vivessi in una di quelle città mi aspetterei di scendere in piazza per delle cose più strutturate e complesse, per diritti fondamentali e scelte politiche fondamentali. Vivessi in una di quelle città mi sembrerebbe francamente vacuo essere in strada solo per dire sì o no, e figurarsi se il sì o no fossero concentrati, chessò io, non su grandi temi come la guerra o la povertà, ma su una persona fisica. Andare a un “No Merkel day”: ma figurarsi! Ma vivo a Milano, anzi tra Roma e Milano, e vivo qui come uno che non ha sempre vissuto qui; come uno che a Londra, a Parigi e a New York ci ha vissuto e lavorato e che non ha mai visto da quelle parti nessun governante provare pervicacemente a piegare la legge e i suoi principi al proprio interesse, nessun governante prendere a calci i pilastri stessi della democrazia che governa. E’ per questo che sarò in piazza il 5 dicembre ed è per questo che – ciò che più conta – lavorerò nel Partito, perché un giorno vivere e far politica a Milano, o tra Roma e Milano, ricordi e assomigli di più a vivere e far politica a Londra, a Berlino o a New York, a Parigi o a Madrid".

28.11.09
 
Brigante, spazzola

Rivedo dopo un po' di tempo Antonio Ciano, in fila dal barbiere. Nella bottega i clienti in attesa si scambiano dritte sul digitale terrestre, a Gaeta lo switch off è ancora in mezzo al guado, ci si sente davvero terra di confine tra Lazio e Campania, e coi decoder da sintonizzare ovviamente non ci si capisce una mazza, alcuni si chiedono quali indicibili favori abbiano permesso a TeleA, dicesi la rete che è stata culla del peggiore (o migliore, dipende dai punti di vista) trash napoletano di neomelodici e cartomanti, di ottenere il posto al numero 1 dei lista canali, che alle otto di sera accendi per vedere il tiggì della tivù di Stato e ti ritrovi invece Rita Russo che legge i tarocchi (va a sapere cosa ci perdi). Lui, Ciano, assessore civico e post-comunista, tabaccaio borbonico, indefesso scrittore di pamphlet anti-risorgimento, militante antiberlusconiano "dai tempi di Canale 5", ora richiestissimo pure nell'Emilia rossa a sparlare di Cavour e Cialdini, con quella faccia da pirata della filibusta, perlomeno in qualità di fondatore della telestreet di paese ha il titolo per dire la sua. "Meglio youtube" sentenzia, nel dubbio che la leggendaria Tele Monte Orlando non ce la faccia a imbarcarsi con qualche accordo con tv locali più consolidate sul multiplex del digitale, lui si è già creato il suo bel canale di video online. "Sono un assessore con telecamera, modestamente". Da antologia quello in cui riprende due vigili urbani che rovistano nella monnezza in cerca di prove di reato e quell'altro col sindaco che ringrazia Obama in gaetan english. Il "brigante" Ciano non si risparmia: "questa vita da assessore è uno stress ma sto restituendo un po' di cose demaniali alla città, ho mandato pure gli americani della base militare a pulire i bastioni borbonici, e poi guarda che belli quei lampioni nuovi su viale Battaglione Alpini del Piemonte, certo 'sto nome di merda dovremo cambiarlo prima o poi". Sull'uscio del barbiere, capelli biforcuti e pensieri messi in piega contro Roma, contro il Piemonte, contro le banche, ma sempre con spensierata gratuità. Il discorso scivola sull'affaire Marrazzo. "Ero pure candidato nella sua lista alle regionali passate, mi pareva un prete spogliato e invece... be' perlomeno si godeva la vita". Rumors non verificati: pare che l'ex governatore, ancora affranto, sia ospite delle delle premurose suore pallottine in quel di Formia, a due passi da qui, per intercessione di quell'arcivescovo su cui pure girano certe storielle, altro che Montecassino con due esse. Di fronte all'inarrestabile macchina del fango politico-mediatico, Ciano comunque ha trovato il suo colpo di genio, l'auto-sputtanamento: "Ho spedito a Feltri un mio video hard, gli ho scritto che quello è il segretario del Partito del Sud che presto sarà al governo mentre tromba con una delle sue tante amanti padane, che lo pubblicasse pure almeno ci fa pubblicità". Ragazzo, spazzola!

27.11.09
 
Il ballo del potere

Sul potere e sul governare, leggo una delle "Lettere luterane" di Pasolini, e mi pare scritta come se fosse oggi, come se fosse sempre. "Mi sono volte domandato: da dove nasce in un uomo la vocazione a governare? Che modalità ha, che necessità ha, tale vocazione? Assomiglia per caso a quella del recitare, dell'inventare, dello scrivere, del giocare a calcio ecc.? Non sono riuscito a darmi alcuna risposta. La vocazione al governare resta, di per sé, un enigma. Almeno per quanto riguarda la mia esperienza pratica e storica in Italia. Ma il governare è un fenomeno strettamente legato, anzi, incorporato, con un altro fenomeno: quello del detenere il potere. A mio avviso, dunque, la pura e semplice vocazione al governare, in Italia, almeno, non esiste: ogni vocazione infatti presuppone una qualità, un talento, senza il quale essa semplicemente non ci sarebbe se non come puro velleitarismo, subito vanificato al primo contatto con la realtà. Una vocazione che invece esiste indubbiamente in Italia, è la vocazione a detenere il potere. Cosa purtroppo resa attendibile e verificabile da tutti i vantaggi che dal detenere il potere derivano (manipolazione di molto denaro, clientele, sicari). Quindi, a quanto pare, in Italia il governare altro non sarebbe che una noiosa, sgradevole incombenza che deve assumersi chi vuole detenere il potere".

26.11.09
 
Seduto a quel caffè

cristoph niemannSe c'è una cosa che mi fa svegliare immediatamente è l'aroma di caffè appena fatto. In questo sono uguale a milioni di miei connazionali che associano, fisicamente e affettivamente, il momento del risveglio al rito quotidiano, intimo e tutto casalingo, della preparazione del caffè. La caffettiera, l'acqua nella caldaia, l'inserimento della polvere odorosa nel filtro, l'avvitamento e l'accensione, l'attesa del caratteristico borboglio... E poi il profumo intenso, il tintinnio del cucchiano che mescola lo zucchero nella tassa, la degustazione a sorsi lenti, accompagnata dalla lettura del giornale o dall'osservare curioso fuori dalla finestra la città che si desta. Eppure un annetto fa, al ritorno da un soggiorno nemmeno tanto lungo in America, mi era accaduto l'impensabile: mi ero innamorato dal caffè americano, il caffettone lungo ma dal sapore forte, quello racchiuso in enormi tazzone col manico o nel beverone lungo di cartone, da tenere in mano e bere per ore, magari mentre cammini per andare al lavoro o aspetti l'autobus ogni mattina, come si vede nei film. Così, al ritorno dal mio viaggio americano, mi ero portato anche l'occorrente per preparare un decente caffè americano, e siccome alla fine sono svogliato per mettermi a usare macchinette a pressione e richiedere spremiture a grani grossi è successo che mi sono comprato il classico barattolo di Nescafè solubile e ogni tanto - magari di pomeriggio, mai comunque la mattina appena sveglio - lo sciolgo nell'acqua bollente. Non è la stessa cosa, naturalmente. E ho realizzato che ciò che mi manca non è il caffettone americano in sè ma quello che ci gira intorno. In una parola: mi manca Starbucks. Mi manca la più grande catena di bar e caffetterie del mondo, quella dal marchio verde con la sirena in primo piano, il seno, che nei pionieristici anni 70 era nudo, ormai coperto dai lunghi capelli, nata a Seattle e ora presente con 16mila punti vendita in 49 paesi. Praticamente ovunque. Italia esclusa. Ho passato ore dietro i vetri appannati degli Starbucks, circondato dall'odore dei loro "espresso", "frappuccino", "mocaccino", chiamati proprio così, mentre fuori il sole va e viene, la gente va e viene, le nuvole vanno e rimangono, la luce cala, passano le ore, la musica jazz si mantiere nell'aria, due graziose biondine alla mia sinistra parlano in un delizioso ciarlare pomeridiano, uno studente ripassa le sue dispense, un signore appena uscito dal lavoro aspetta una email che non arriverà. Una volte ho letto che qualcuno ha contato le possibili variazioni di espressi e cappuccini possibili in uno Starbucks: 55mila. Si dice di una signora a Seattle che ogni mattina, invariabilmente scegliendo l'ora di punta, chiede un "decaffeinato singolo da sedici once con extra vaniglia, bollente e con panna macchiata al caramello". Comunque sia, con un design unificato, moderno ma caldo, gli Starbucks danno l'impressione di un posto dove si va a parlare, a discutere, a leggere, a sussurrare due parole d'amore, non solo ad alzare il livello della caffeina nell'organismo. Sono diventati il "terzo posto" per antonomasia, quello altro da casa e lavoro nelle tassonomie degli antropologi, "dove la gente vuole stare da sola ma ha bisogno di compagnia per farlo" com'è stato teorizzato. Che poi il paradosso è che il modello vincente di Starbuck si ispiri proprio all'Italia, l'Italia dei valzer e dei caffè evidentemente come cantava quello, precisamente a un viaggio dell'amministratore delegato Howard Schultz, uno nato nelle case popolari di Brooklyn, a Milano nel 1983, ammirato dall'atmosfera dei bar e delle caffetterie nostrane. Insomma, si può capire come mai non c'è Starbucks in Italia? La vulgata vuole che siccome noi già facciamo il caffè migliore del mondo allora non c'è bisogno di Starbucks, qualcun altro parla di prezzi, che in effetti da noi nessuno pagherebbe tre euri, ma nemmeno due e mezzo, per un caffè nel bicchiere di cartone, il mio amico Nico dice che secondo lui è questione di mafia. Di certo il bar in Italia non deve essere più quel posto che ha ispirato gli Starbucks, dove puoi stare tutto il tempo che ti pare, chiacchierando, leggendo un libro, navigando in Rete col wi-fi, qui ti portano subito lo scontrino appena hai ordinato e poi quasi ti tolgono la tazzina da sotto la bocca e un cameriere pagato in nero ti chiede "desidera?", e insomma ha ragione pure Ilvo Diamanti quando scrive che i bar di una volta non ci sono più, il bar non è più un posto dove fermarsi. Senza neanche uno Starbucks per consolarmi non resta che la fidata moka, quella dell'omino coi baffi, perché almeno c'è sempre qualche occasione e qualche motivo per prepararsi un caffè.

25.11.09
 
Specchio dei tempi

Massimo Mantellini ha trovato su Facebook questo affascinante curriculum. "Nata a Firenze, a 15 anni è folgorata sulla via di Damasco dall'Introduzione alla metafisica di Heidegger. Per mesi ne legge i sacri testi in lingua originale e gli resta devota anche giunta a Pisa, prima classificata alle selezioni per la Scuola Normale Superiore. Da lì esce con 110 e lode per la sua tesi in Filosofia Teoretica e un libretto d’esami con tutti 30 e lode. A Roma si diploma alla Luiss, Master in Direzione del personale e organizzazione. Convinta però che la filosofia debba uscire dall’accademia e passare dalla comunicazione, si avvicina al giornalismo e ai mass media. Dopo qualche anno e centinaia di articoli scritti approda a Mediaset, collaboratrice ai testi per Il senso della vita e Buona domenica".