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Il Pd verso il congresso
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15.7.09
 
Palazzo Grazioli

C'è stato un periodo, appena pochi anni fa, in cui anche il sottoscritto veniva pagato per andare a Palazzo Grazioli. Allora la battuta non suscitava gli stessi equivoci che provocherebbe oggi, ma permetteva lo stesso un'osservazione delle cose, anche solo prendendo quasi ogni giorno lo stesso ascensore foderato di specchi, però scendendone due piani avanti. Ricordo le guardie del corpo, la auto blu, la meravigliosa terrazza, i cronisti in perenne attesa di qualcosa, Apicella con la chitarra sottobraccio, gli avventori anche improbabili, l'ombra fuggevole e qualche battuta del famoso inquilino, gli aloni dorati intravisti della sua residenza, frammenti di una corte miracolata e ceroni fuori onda. L'allora mio capo Claudio Velardi raccontava con aria divertita l'aneddoto di quella volta che l'inquilino del secondo piano Silvio Berlusconi, lo invitò - se non altro per rapporti di buon vicinato - a casa sua, mostrandogli le varie stanze dall'aria regale e infine indicandogli con gioia il retro della porta del bagno, dove aveva appeso il suo famoso "contratto con gli italiani" del 2001. "Da qui non posso mai dimenticarlo" pare che gli disse. Così, avendo per qualche tempo frequentato quell'ambiente, non posso che accogliere con interesse le rivelazioni del simpatico Velardi affidate alle pagine di Chi: "Sono io il vero Papi di Palazzo Grazioli".

14.7.09
 
Oggi sciopero


Il blogger Giovanni Fontana domenica pomeriggio ha fatto una piccola cosa molto geniale che aveva in testa da tempo: "dice che 'non si parla più, sarà una cretinata dico io, il problema è che non la si fa mai parlare la gente, e allora vediamo". Così ha piazzato un tavolino e due sedie da un lato di piazza del Popolo, a Roma, e ha appeso un cartello con su scritto: "Parlo con chiunque di qualunque cosa". Valeva il gioco. E forse non c'entra niente, ma mi sono ricordato che oggi è anche il giorno dello "sciopero dei blogger", una giornata per far "sentire il proprio silenzio" insieme a tutti gli altri che protestano per l'inclusione di norme assurde nel ddl sulle intercettazioni in discussione in Parlamento. Io non penso dovremmo protestare col silenzio. Al contrario, credo dovremmo parlare molto di più, spiegare molto di più, documentarci molto di più, facendoci forti dei fatti e dei ragionamenti. Però non volevo lo stesso far mancare la mia piccola spinta (e nemmeno fare la figura del crumiro, amico di Alfano perdipiù).

13.7.09
 
Festival della mezza morte

L'indirizzo è arrivato via email all'ultimo momento, l'invito raccomandava di portare da bere e vietava le scarpe aperte. La giornata era iniziata, in effetti, con foschi presagi: affacciato alla finestra, appena sveglio e già tardi, una nera cornacchia passeggiava avanti e indietro, con aria meditabonda, sul marciapiede sotto casa mia, sulla strada desolata e assolata, tra caserme e università abbandonate a se stesse, nel disfacimento delle ferie d'estate. Cerco l'uscita in me stesso così come cerco vie di fuga dentro questa città calda, nelle sue domeniche abbandonate al miraggio di una spiaggia, al dovere di un esame, all'incognita di un incontro. All'inizio pensavo che questo Half Die Festival, che sarebbe una specie di festival di musica elettronica organizzato da un pazzo sognatore sulla sua terrazza di casa, significasse "festival della mezza morte". Mi hanno detto che mi sbagliavo, colpa del mio inglese arrangiatissimo, il nome ha una storia pare più complicata che però non interessa a nessuno, quindi per me rimane quello che mi ero immaginato, mi affascina l'idea della "mezza morte" in un tramonto di luglio, qualunque cosa voglia dire. Ci andai una volta, anni fa: lo facevano nel quartiere di Portonaccio. Che è un quartiere, quello, che davvero confina con la morte. Da un lato la cancellata di ferro del Verano, l'enorme cimitero, l'eterno silenzio dove si becchettano senza voce i passerotti. Dall'altro lato il baccano, la corsa perpetua e puzzolente di macchine e motorini sulla tangenziale, il taglio sferragliante dei binari della ferrovia, i treni che passano veloce oppure si fermano alla stazione Tiburtina, un Acheronte ferrato che divide i vivi dai morti, poggiando su dighe di mattoni, e qualcuno di noi ogni tanto si butta giù. Quest'anno però il pazzo proprietario della terrazza ha traslocato. E così sbuchiamo dall'altra parte di Roma, dalle parti della via Appia che non è più delimitata dai pini ma dai palazzoni. Sono le sette di sera di una domenica di metà luglio duemilanove. La luce del quartiere Quadraro mi annichilisce. Sembra davvero di stare in un sogno confuso di Michelangelo Antonioni da vecchio, con le strade deserte, una lunga e minacciosa nuvola di fumo nerissimo sopra le nostre teste, a quanto pare uno sfaciacarrozze sull'Appia andato a fuoco, con gli aerei e i gabbiani che ci si conficcano dentro, le mura del vecchio acquedotto Felice alle nostre spalle, gli svincoli della Tuscolana che fanno capolino dietro le architetture popolari corrose dallo smog, antenne e magazzini, minuscoli bar avvitati agli angoli opposti degli opposti isolati. Il concerto è abusivissimo, non ci sono biglietti, non ci sono commissioni della Siae, la casa e quelle attorno sembrano abusive anch'esse, i vicini di casa affacciati alle finestre hanno certe espressioni alla Lando Fiorini, e potrebbero prorompere in qualche "mortacci vostri" da un momento all'altro. Capita ogni tanto che lo scarso rispetto delle regole possa generare bellezza. Poi la musica elettronico-concettuale si è sparsa nell'aria come un virus della tristezza. La sera a casa continuo a tossire, sarà stata colpa della nuvola nera che ha invaso la Capitale, di quello sfaciacarrozze atomico andato a fuoco, mi sento come se dovessi espellere un morticino aggrappato da qualche parte al mio esofago.

12.7.09
 
Ordinarie questioni morali

Qualche settimana fa il Tg1 delle otto di sera, impegnato nel solito tentativo di coprire le notizie un po' imbarazzanti per il capo del governo, apriva il suo servizio sull'inchiesta di Bari a proposito di appalti ed escort con queste parole: "Una delle tante inchieste giudiziarie che ha per oggetto la gestione degli appalti nel settore della sanità. Cose di ordinaria vita italiana. Questa volta lo scenario è Bari". Poi se ne usciva deviando l'attenzione su un ipotetico complotto dalemiano all'origine della nota vicenda. E vabbe'. Corruzione, appalti, tangenti agli assessori, con in più il ghiotto condimento di qualche prostituta a buon rendere: ordinaria vita italiana, si dice. E davvero non si sa se, col pretesto di dire una mezza bugia, si sia finito con lo svelare una grossa verità. Giacché è vero che le attuali inchieste della Procura di Bari, al di là del ghiotto boccone della corte che gira attorno a Berlusconi, coinvolgono in una "solita" storia di appalti e tangenti mezzo centrosinistra pugliese, col Pd in prima fila, tanto da dover costringere il governatore Vendola ad azzerare la sua giunta regionale. E viene da pensare che non sia nè un caso, nè un'avversità, nè un complotto: ma davvero una questione "ordinaria". Per il centrosinistra, come per il centrodestra. Per il Nord come per il Sud. Senza grandi differenze. A quindici anni dal lavacro di Mani Pulite una nuova forma più sottile di contaminazione tra affari e politica si è affermata, senza che la magistratura, dopo la dura campagna di delegittimazione che ha subito, abbia la forza e i mezzi per estirparla. Il conflitto di interessi è un sintomo endemico di questo Paese, e non solo una macroscopica anomalia del suo uomo più potente. La nuova Tangentopoli è il politico azionista dell'impresa appaltatrice, dell'albergo finanziato dallo Stato, della clinica convenzionata con la Regione, del notabile o suo parente nel consiglio d'amministrazione. Sono le nuove tangenti, e spesso non hanno nemmeno norme penali che le vietino. In nome, e sulla pelle, del cittadino elettore e contribuente. Come ha scritto il giornalista Aldo Cazzullo, la pur lauta "indennità parlamentare (o di carica) non è che un appannaggio, un reddito minimo garantito, un acconto, com'è lo stipendio che l'azionista unico di un'azienda si assegna per il lavoro svolto per se stesso e per la propria famiglia". La politica insomma come fonte di sostentamento per intere zone e popolazioni, come scambio perpetuo, come distribuzione di risorse e produzione di voti. Un sistema malato ma che ha un suo consenso: perché mette in circolazione una parte dei suoi proventi. Si potrebbe forse parlare di "questione morale". Se non fosse che è un paio di parole detto e stradetto invano, troppe volte pure a sproposito. E se non fosse che qui - per capirci - non è questione di essere "morali" o meno, il problema è che il sistema così com'è è improduttivo, inefficiente, non funziona.

11.7.09
 
La vita come un film


Con questo giochino si può calcolare a quale punto di un film sarebbe oggi la propria vita, se la propria vita fosse un film (i titoli a disposizione sono pochi, però). Io oggi sono a questo punto di Guerre Stellari.

10.7.09
 
Foto di gruppo per otto (o più)

A rileggere le dichiarazioni dei G8 degli ultimi anni, che si fossero svolti tra il sangue di Genova oppure in qualche isolata baita canadese, insomma a ripassarsi le solenni intenzioni degli uomini che avevano o tuttora hanno in mano i destini del pianeta, cascano le braccia. A verificare come poi sono andati i fatti, non c'era un singolo tema sul quale loro non avessero torto e invece ragione i ragazzi che fuori manifestavano e il più delle volte venivano massacrati dalla polizia. L'economia da riconvertire in verde, l'allarme ambientale, il crescente divario tra paesi ricchi e paesi poveri, la crescente distanza sociale anche all'interno delle stesse società ricche, la lotta allo strapotere della finanza, la follia della guerra in Iraq, la dipendenza dal petrolio. Per queste ragioni, a volte manifestate pacificamente, a volte no, a Seattle o Genova si finiva sotto i manganelli o direttamente in galera. Di quelle stesse ragioni sono pieni i discorsi degli stessi potenti di allora, con l'aggiunta di qualche nuovo socio del club, magari al posto di altri slogan passati di moda con la crisi, tipo il "liberismo" o l'"esportazione della democrazia". Naturalmente si evita con cura di entrare nei dettagli o di inoltrarsi nello spinoso terreno delle decisioni concrete. Si dice, non solo in italiano, "spendere parole". In quanto a "spendere parole" il G8 anche stavolta si è rivelato assai generoso. Adesso anche il Gruppo degli Otto saltella sulla roulette della storia, da gruppo dei 4, poi divenuti 6, poi 7, poi 8, ora 14+1, o addirittura 20, con la paura di diventare come quelle tavolate così larghe, tipo Onu, che è impossibile deciderci qualcosa, e comunque con la consapevolezza che esso non rappresenta più quel mondo che pretenderebbe di governare. Certo, quest'anno il governo italiano c'è la messa tutta: con l'evocativa location dell'Acquila post-terremoto e gli sforzi per far dimenticare gli scandali di corte del nostro premier. In verità, era un po' penoso assistere a questo inutile spreco di scorte e mezzi, sotto lo sguardo di gente che tira a campare nelle tende. E' stato un successone, comunque, e ci si accontentà così. Come ha scritto Luca Sofri sul suo blog, "a giudicare dal tenore dei complimenti che l'Italia sta ricevendo sul G8, se c'è da organizzare un catering alla Casa Bianca ce lo danno di sicuro".

9.7.09
 
Mutande pazze alla gaetana

Piccoli episodi danno il segno che tutto dilaga, tutto ormai tracima. A Gaeta, ridente paesone sulle rive del Tirreno governato da una lista civica poi apparentata con il Pd, abbiamo avuto - nel nostro piccolo - una simpatica storiella a base di paparazzi e ragazze in barca. Protagonista il sindaco Raimondi, detto l'Americano, immortalato da un sito internet di news locali mentre si rilassa in costume su uno yacht nelle acque del Golfo, circondato da un gruppo di giovani e sorridenti ragazze (turiste francesi, pare). Il titolo riprendeva una plateale dichiarazione che il sindaco aveva rlasciato il giorno prima a un quotidiano locale: "Mi sento bersagliato come Berlusconi". Le didascalie delle foto, in pieno stile da rotocalco scandalistico, erano ben più ironiche: "Proprio come il Cavaliere, Raimondi è costantemente impegnato nella gestione della 'cosa' pubblica". Sotto allo scatto del sindaco circondato da un gruppo di ragazze si legge un bel "ciao ciao Daddy!". E vabbe'. D'altronde era stato lo stesso primo cittadino gaetano, poco tempo fa, a mettere le mani avanti dicendo che "la vita privata di un politico deve essere pubblica". Una volta s'era pure lamentato, e pubblicamente, che "da sindaco si acchiappa di meno". Comunque, seppure il paese è piccolo e la gente mormora, bisogna dire che le foto erano davvero innocenti. Né gli atteggiamenti erano equivoci, né scattava qualche molla dal lato etico. Non che ce ne freghi qualcosa della attitudini sessuali di un sindaco, o di un premier, ai fini politici, si intende. Al massimo qualche rimbrotto del solito consigliere Udc pronto a citare "i valori, i valori" e a invitare il sindaco a "una maggiore sobrietà, certo capisco che sia un uomo single, però...". Al massimo qualche commento da osteria sulla forma fisica di Raimondi, notevolmente appesantita (e qui è facile ironia citare come un boomerang il suo famoso slogan elettorale alle comunali di due anni fa: "Basta mangiare da soli!"). La reazione di Raimondi, però, è stata dura ed esasperata come non mai. In genere le prende bene. Invece stavolta l'Americano ha minacciato querele, si è dichiarato offeso dall'accostamento col papi Berlusconi ("non permettetevi di chiamarmi daddy!"), è arrivato persino a invocare una sorta di scomunica del vescovo sul giornale con cui collabora il fotoreporter incriminato (manco fosse Repubblica!). Dicono i saggi: si sa come vanno le cose, quando le faccende politiche e di governo vanno male allora ce la si prende con la stampa, uno di quei momenti in cui il ronzare di una mosca diventa fastidioso e le sciocchezze pretesti di sfuriate. Infatti, risuona come un'aggravante che guardacaso, nelle stesse ore in cui Raimondi accusava i reporter, al primo piano del Comune risuonavano gli strepiti del Comandante dei Vigili e le urla dell'assesore alla Viabilità contro una troupe di un sito web (era presente pure il sottoscritto): "E adesso voi mi fate il cazzo di piacere di non pubblicare nulla!". E però. E' impossibile non notare come negli ultimi anni anche la vita politica locale abbia subito le conseguenze della confusione tra faccende pubbliche e private dei vari personaggi. Risale giusto a un anno fa, nell'estate 2008, il polverone sollevato a Formia da un ex consigliere comunale di Rifondazione che minacciò, e solo in parte attuò, rivelazioni su prostitute, amanti e presunte omosessualità di alcuni politici formiani di centrodestra e finanche del nuovo arcivescovo. Mentre appena pochi anni fa un assessore gaetano si ritrovò invece licenziato dall'allora sindaco di Forza Italia per un improvviso "rimpasto" che però, a detta di molti, celava la reprimenda per una scappatella extraconiugale con una giovane amante dell'est che era sulla bocca di tutto il paese. Comunque sia davvero tutto dilaga, tutto tracima, tutto - volente o nolente - finisce per berlusconizzarsi in questa Italia accaldata, forse piccante, sicuramente svaccata.

8.7.09
 
Una storia va a puttane

titoloPerché? Innazitutto, come disse Bill Clinton: "Perché potevo". Lui si riferiva al rapporto con Monica Lewinsky, ma tra le ragioni per cui uomini dell'alta società si dedicano al sesso a pagamento questa è la prima, benché non la principale. Certo, poi ci sarebbe Berlusconi. Lui dice di "non avere mai pagato una donna in vita sua". E chissà, forse c'è da credergli. Perlomeno, e in questo caso, alla sua sincerità. Lui è davvero convinto di non averne mai pagata una. Certo, ci sono i regalini, i ciondoli, le tartarughine, i rimborsini spesa, un posto da meteorina, un cantierino da sbloccare. Ma quando regala, quando promette, Berlusconi non ha la sensazione di pagare in cambio di un servizio. E' una vita che governa così, le sue aziende prima, la politica da corrompere poi e infine l'intera Nazione da inglobarsi. Lui davvero è convinto di sedurle tutte, col suo irresistibile fascino. Peggio di così, forse, solo il protagonista di certi romanzi di Walter Siti, che si innamora del suo marchettaro, ma sempre continuandolo a pagare ogni volta, dissipando i risparmi e se stesso. Comunqua sia, volendo parlare dell'argomento, fa un certo effetto ricordare che proprio nell'autunno dell'anno scorso, e quindi nel periodo delle feste di Palazzo Grazioli, il governo Berlusconi presentò un disegno di legge dal titolo: «Misure contro la prostituzione». Si trattava, anzi per la verità si tratta ancora essendo il testo in discussione al Senato, ma opportunatamente rinviato, di un indubbio inasprimento. Al momento della presentazione ci furono molte polemiche anche perché nella conferenza stampa a Palazzo Chigi il ministro Mara Carfagna, ex starlette da poco balzata alla guida delle Pari Opportunità, disse una frase che rispetto alla complessità dell'argomento suonava obiettivamente un po' forte: "Come donna mi fa orrore questo fenomeno, non comprendo chi vende il proprio corpo per trarne profitto". Il premier, nel febbraio scorso, dopo aver rilevato che la prostituzione stava "dilagando", il presidente del Consiglio si è spinto a definire "molto giuste" anche le pene previste per il cliente. E vabbe', facile ironizzare adesso. Comunque sia, l'argomento è uno di quelli classici, intramontabili, probabilmente irrisolvibili. Ogni tanto, difatti, in Italia si torna a parlare delle case chiuse ma poi, da destra a sinistra, si fa subito marcia indietro. Perché il miglior modo di risolvere un problema è negarlo, cioè negare che ci sia un modo per risolverlo. Il moralismo vive nell'ambiguità. Chi è favorevole alle case chiuse dice che così si garantiscono maggiore igiene per i clienti e sicurezza per le ragazze sottratte alla strada; inoltre lo Stato con le tasse ci guadagna. Diventando il loro "protettore". Chi è contrario o è ottusamente convinto che la prostituzione si possa eliminare oppure, di fatto, non vuole che venga intralciata. Chi ne fa un problema morale e chi un problema fiscale. E il vero tema, di fondo, è se si debba perseguire più la prostituta o il cliente: cioè la povera diavola o il peccatore. Se ci sia un diritto a vendersi o un diritto a comprare sesso liberamente offerto. Come tutto, come qualsiasi altra "merce" ormai, libertà di pensiero compresa. Attualmente, nel nostro Paese la prostituzione non è reato, se chi la esercita è maggiorenne e l'ha scelta liberamente. Sfruttamento, violenza, costrizione dei minori si. Per cominciare si dovrebbe distinguere le prostitute consenzienti dalle prostitute schiavizzate da un racket. Su tutto c'è l'unica legge che nel libero mercato non ammette trasgressioni: quella della domanda e dell'offerta. In Europa la prostituzione è reato solo in Irlanda, mentre solo la Svezia punisce i clienti. Tutti gli altri stati hanno una regolamentazione, buon ultima la Germania che ha equiparato la prostituzione a una normale attività lavorativa con case d'appuntamento, contratti di lavoro, previdenza sociale, pensione e assistenza medica. All'estero ci sono quartieri a luci rosse come ad Amburgo o ad Amsterdam. Tempo fa il blogger Leonardo fece un'interessante riflessione su preti e prostitute, giacché in fondo entrambe le categorie si occupano di "indulgenza verso i peccati", e notò che "nell'Europa del burro e del protestantesimmo il puttantur è un'esperienza quasi impossibile. Le prostitute stanno a casa loro, le rare passeggiatrici confinate in quartieri turistici. Nell'Europa dell'olio e dal cattolicesimo, invece, ci si prostituisce per strada. Da cinquant'anni. Nel brontolio generale. Brontolano i benpensanti, che magari hanno il solo torto di vivere su una strada con picchi di traffico alle due del mattino. Brontolano le mogli, le madri, le femministe, a volte pure i capi di governo". Ne sortì anche un bel dibattito a proposito del ruolo delle associazioni di strada (segnalo la lettera alla ministro di Cragno). Dunque viene difficile non interpretare l'ultimo disegno di legge come la rivincita delle escort sulle battone di strada. Ora, se esistono nel mondo centinaia, forse migliaia, di agenzie di escort di lusso è perché ci sono decine, forse centinaia di migliaia di uomini che "possono". Che ricorrono a questi servizi semplicemente perché hanno la disponibilità per pagare chi si rende disponibile. In quanto ai più poveracci, sembra che mentre sono già archiviati nel cassetto della nostalgia i bordelli, ora ci stanno finendo i tragitti in auto davanti ai falò. Il web mette a disposizione dettagliati cataloghi modello ebay, con tanto di recensioni e "feedback" di pignoli consumatori. D'altronde, tutto il gioco si regge sulla falsità. Provate a chiedere a dieci uomini che conoscete se sono mai stati con una donna a pagamento. Nove risponderanno di no. Il decimo è quello che tiene in piedi da solo un giro d'affari di miliardi. In finale: "ciascuno può dare un valore al proprio corpo, nessuno può dare un valore al corpo di un altro".

7.7.09
 
Il piacere della conquista

Certo, il tempo ha dato una mano. L'età che avanza, il potere che si accentra, l'impressionante numero di cretini che lo circonda, tutto congiura contro di lui. Forse col tempo il vecchio Berlusconi ha finito per credere ai fantasmi di Successo e di Piacere che ha passato tutta la vita a contrabbandare. Tante volte è stato citato il famoso detto per cui "comandare è meglio che fottere". Be', si ha l'impressione che non valga per il Cavaliere. Davvero per lui fottere è meglio che comandare. Lo ha detto lui stesso che governare non gli piace, e si vede benissimo che ci si annoa. Allora tanto valeva riempirsi la casa di donnine da scartare come caramelle: gratificazione immediata. Una fantasia infantile, come la gelateria privata in cui fanno lo scontrino ma non si paga... chi paga? Il popolo italiano. Più tardi. Con gli interessi. Certo, poi può essere triste dover ammettere di essere "utilizzatori". Forse è ancora più triste scoprirsi "utilizzati", magari da una signorina qualunque che faceva la simpatica ma in realtà pensava solo al regalino, al rimborso, alla raccomandazione, al disbrigo della pratica. Come ha scritto Leonardo avremmo dovuto capirlo già un po' di tempo fa, quando cominciò a far mattina davanti alle Televendite.

6.7.09
 
Pop Porno

Chiaramente, il porno è tutto attorno a noi. Porno nelle canzonette di successo. Porno nelle tesi di laurea. Porno nell'Italietta non solo televisiva che si attacca come un'edera al corpo delle donne, tra un trafficare pubico e una pornolalia spesso mascherata da moralismo. Porno nei discorsi in pausa pranzo, con stracchi capoufficio che fischiettano "tu sei cattivo con me perché mi lasci da sola e ti guardi quei film un po' porno, firulì firulà". Porno negli scandali che aleggiano attorno al capo del governo, come una nuvola di sudicio attorno al potere, senza rimandare nemmeno più al valore della seduzione ma solo al disvalore dell'impotenza depravata. Per i più raffinati c'è chi si è inventato anche il porno senza sesso, dedicato a chi vuole potersene guardare uno in santa pace accanto alla nonna o ai propri figli, il sabato sera. Decisamente pop. Pop Porno, appunto. Il sesso, lo sappiamo bene, tira. Tira da sempre, dai tempi in cui Federico Fellini metteva gli scandali sessuali della Roma bene nel suo "La Dolce Vita", dai tempi del marchese De Sade o di Colette, dai tempi dell'Asino d’Oro di Apuleio e del Satyricon di Petronio. Molto prima di Gola Profonda, insomma, tutto questo c'era già. Senza contare i giornaletti comprati dall'edicolante connivente o trovati nei boschi, i cinemini in via di estinzione grazie alla Rete, le videoteche che hanno resistito all'offensiva di Blockbuster, i tempi d'oro di Colpo Grosso e delle prime tv locali, adesso i pay-per-view di Sky che coi pornazzi tira avanti il bilancio, ben più che con la Juve e con Fiorello. Pure i sex shop esistono da sempre, e non sempre assomigliano a quelle turpi bettole del lattice vibrante che qualcuno ha in mente. Ci sono sex shop economici, sex shop carissimi, ce ne sono di discreti, ce ne sono di fatiscenti, di lussuosi, ce ne sono gestiti da femministe, lesbiche, gay, preti spretati. Quelle volte che mi sono trovato a girare tra gli scaffali di un sex shop, osservando con sincera ammirazione i miniabitini di latex, o le tutine colorate con oblò all'altezza del culo, i dildos realistici e quelli più fantasiosi, oggetti falliformi dall'aspetto bizzarro, spesso impressionante, i vibratori e i cazzi finti, di ogni materiali e colore e dimensione, le fiche in plastica, un po' disarticolate e arruffate ma tutte calde e vibranti, le migliori anche provviste di un comando che permette loro di godere, bagnandosi, le bambole gonfiabili, alcuni costossissimi androidi però spettacolari, le farfalle telecomandate per orgasmi femminili teleguidati, anche sei o sette al giorno, anche mentre si sta in coda nel traffico, insomma ogni volta che mi trovavo a osservare tutto questo ben di Dio alla fine mi chiedevo, tra me e me: se tutti noi, uomini e donne, scoprissimo e padroneggiassimo il sesso in tutte le sue potenzialità, ci occuperemo ancora di potere e denaro? Non può accadere, si mette sempre qualcosa in mezzo, fosse la nostra testa o un potere altrui. Nel frattempo, forse a metà strada, c'è sempre il porno. Viva la pornografia, diceva quel geniaccio di Carmelo Bene, perché non appartiene all'io. Inizia dove finisce l'eros, al di là del desiderio. La pornografia "è il finale osservarsi da oggetto a oggetto". Pasolini invece non amava la pornografia. Non perché gli sembrasse degradante, ovvio, e nemmeno perché volesse condannarla. Gli sembrava brutta e noiosa. Trovava che i film porno non avessero alcun fascino, e che soddisfacessero i desideri di una società piccolo-borghese e vigliacca. Quando i suoi film venivano accusati di pornografia si sentiva offeso dal punto di vista estetico. Poi però c'è anche chi ha parlato della funzione "educativa" del porno, che negli anni '70 ha mostrato al mondo l'esistenza di vita oltre la posizione del missionario. Si stava ancora, all'epoca, sull'onda lunga della liberazione sessuale, intesa ad affermare il piacere come un diritto. Quella marea si è nel frattempo ritirata, l'Aids ha scoraggiato i più, e nelle giovani generazione quella memoria si è persa. Ma siccome il piatto è sempre ghiotto, qualche mese fa il governo italiano ha anche varato la "pornotax". E qui si pongono questioni irresistibili. Per esempio: la pornotax definisce tassabili quei contenuti video in cui vengono girate scene di sesso "non simulato". Dal mondo delle tv e dei produttori interessati è partita la controffensiva teorica: scusate, se quelli che girano sono attori, stanno quindi recitando, come si può dire che non simulino? Cambierebbe mestiere anche Perry Mason se dovesse mettersi a cavillare su una simile questione. Come quei giudici che - se ne parlava recentemente negli Stati Uniti - devono stabilire in sempre più cause di divorzio se l'assidua frequentazione di siti e video porno equivale all'adulterio. Pop Porno, si diceva. Oppure: "porno di massa". Tempo fa in un documentario sulla storia del cosidetto "senso del pudore" in Italia ho visto il vecchio Lasse Braun, al secolo Alberto Ferro. Un tizio leggendario che alla fine degli anni Sessanta girava l'Europa con una macchina targata Corpo Diplomatico e il bagagliaio pieno di foto zozze che contrabbandava in giro, e da lì fondò un impero, incendiò l'immaginario visivo dell'Occidente. Diceva: "La società di allora era chiusa, bigotta, ma c'erano i primi fermenti... io dicevo vai, pompagli dentro il porno e vedrai che esplode tutto!". Oggi il vecchio Lasse sembra un vecchio rincoglionito, o forse sarebbe meglio dire un profeta travolto dalla prepotenza della sua stessa creatura. Sarebbe comodo poter dire che oggi la pornografia è peggiorata, s'è fatta selvaggia, più tosta, più spudorata, più sporca. E un po' sembra anche così, ma è molto di più. Tutto si relaziona a un occhio, a noi esterno, che veglia sulle nostre vite. Tutto quello che facciamo fa i conti con un modello, anche il sesso. Fra guardoni ed esibizionisti è saltata la distanza di sicurezza. Nel mondo del Pop Porno certi antichi sentimenti diventano vecchi arnesi. Come la vergogna.